Domenica 18 novembre a Parigi c’è stata la manifestazione di un gruppo cattolico contro i matrimoni e le adozioni gay, la cui introduzione è stata promessa in campagna elettorale dal neo-presidente Hollande. Il gruppo Civitas aveva indetto una protesta che si è svolta pacificamente lungo le strade della capitale francese; la situazione è degenerata quando un gruppo di provocatrici, a seno nudo e "vestite" da monache, ha fatto irruzione nel corteo con il preciso scopo di scatenare una reazione.
Le contestatrici appartenevano naturalmente al rinomato collettivo ucraino delle Femen, ormai presente in Europa con sedi in tutte le principali nazioni: il simbolo del movimento sono due cerchi colorati che presumibilmente rappresentano due seni. Come si apprende da qui, all'azione di disturbo ha preso parte la stessa Inna Shevchenko, leader e fondatrice del gruppo; qualche mese fa la donna si era trasferita a Parigi, eludendo a suo dire il controllo dei servizi segreti ucraini che la sorvegliavano (sempre secondo le fonti Femen) dopo il famoso episodio in cui un monumento sacro situato nel centro di Kiev era stato distrutto in segno di rispetto nei confronti delle Pussy Riot, la punk band russa recentemente condannata per blasfemia. La Shevchenko, come vi abbiamo accennato in precedenza, aveva abbattuto una croce lignea di Cristo usando una motosega; è piuttosto curioso che il cosiddetto regime ucraino non l'abbia posta agli arresti dopo lo scempio, se è vero come dicono loro che Janukovyč complotta con le autorità religiose per reprimere il dissenso e le proteste femministe. Comunque siano andate le cose, la bionda esibizionista è riuscita a raggiungere la Francia dove nel frattempo ha partecipato ad alcuni show televisivi. In occasione dell'evento promosso da Civitas, le esponenti del club parigino si sono mescolate alla folla brandendo alcune bombolette contenente uno spray a base di acqua e farina che hanno battezzato Holy Sperm e che hanno spruzzato contro i cattolici, rendendo estremamente sdrucciolevole il manto stradale. Ma la notizia riportata da quotidiani e tabloid francesi (e poi ripresa con i medesimi toni dal resto della stampa internazionale) è ovviamente quella dell'aggressione da parte di alcuni manifestanti conservatori alle ragazze in topless. Eloïse Bouton, la rappresentante delle Femen a Parigi, ha dichiarato che diverse sue compagne sono state selvaggiamente picchiate: la Shevchenko avrebbe riportato un dente rotto e lividi su tutto il corpo, un'altra ha rischiato un trauma cranico mentre una terza presentava dei tagli al labbro. Non sapremo mai se la responsabilità reale sia da attribuirsi agli ultra-cattolici o se le femministe, il cui corpo era coperto di slogan peraltro banali e scontati come fuck religion e che si erano portate dietro il consueto drappello di fotografi desiderosi di immortalare contenuti "scandalistici", non si siano piuttosto ferite da sole scivolando sullo sperma sacro da loro stesse sparso in giro, fatto sta che la polizia ha eseguito quattro arresti tra i presenti allo scontro dei quali tuttavia nessuno è risultato essere membro di Civitas. La Bouton ha ammesso che la contro-manifestazione era stata organizzata con il fine di provocare una reazione, ma di non essersi aspettata «un'aggressione così veloce e violenta».
Le conseguenze del diverbio non si sono fatte attendere: il segretario socialista Harlem Desir, insieme ad altri sei deputati della stessa coalizione, ha chiesto al Ministro dell'Interno di imporre lo scioglimento immediato dell'Istituto Civitas, l'associazione di diritto a cui fa capo il movimento omonimo. A parte il singolare concetto di democrazia che sembra covare nella fazione di Hollande, vale la pena riportare la scoperta fatta da Ukraina Viaggi. Una giornalista televisiva ucraina, sfruttando la sua avvenenza e la sua taglia di reggiseno, sarebbe riuscita ad infiltrarsi all'interno delle Femen: il metodo di reclutamento è del tipo catena di Sant'Antonio, nel senso che si diventa Femen solo dopo essersi fatta fotografare a seno scoperto da una delle attiviste. Lo scoop sarebbe il seguente: tutte le azioni di protesta vengono generosamente pagate. L'infiltrata avrebbe ad esempio percepito 1000 euro al giorno solo per la partecipazione alla contestazione anti-islamica promossa sempre a Parigi nel marzo scorso. Come se non bastasse, lo stipendio mensile di ciascuna esponente del movimento è di 1000 dollari mensili; le dirigenti del centro di Kiev ricevono invece 2500 dollari ogni mese. Ci sarebbe da chiedersi chi è che finanzia le comparsate delle belle femministe: qualcuno sostiene che dietro queste manifestazioni ci sia il magnate statunitense George Soros, principale finanziatore del gruppo di protesta Otpor! nato in Serbia nel 1998 in opposizione al regime di Slobodan Milošević e proprietario del simbolo col pugno chiuso rivolto verso l'alto.
Secondo queste fonti, Otpor! avrebbe assunto un ruolo di primo piano in alcune delle cosiddette Rivoluzioni Colorate, movimenti popolari per lo più giovanili che hanno portato al rovesciamento di governi invisi all'amministrazione americana e soprattutto alle lobby economiche e finanziarie che gestiscono il monopolio delle risorse strategiche: tra i paesi coinvolti si possono citare, oltre alla Serbia, l'Egitto e l'Afghanistan. Come vi avevamo accennato nel post su Amnesty International, alcune coincidenze farebbero pensare all'esistenza di meccanismi accuratamente orchestrati con lo scopo di sobillare in certe nazioni chiave rivolte, colpi di stato o più semplicemente indottrinare il popolo e convincerlo a destituire il proprio leader sostituendolo con uno più "aperto" e disponibile ad accogliere le istanze occidentali e il modello democratico d'oltreoceano. Non è difficile capire quale sia il criterio di selezione dei paesi che vengono coinvolti in questo genere di processi: si tratta ovviamente dei territori più ricchi di risorse importanti come il petrolio. Nel caso di Femen e Pussy Riot, l'obiettivo dei capitalisti come Soros è probabilmente quello di mettere le mani sui ricchi giacimenti di gas naturale russo attualmente controllati da Gazprom: non è un mistero del resto che il circuito Riot grrrl (quello di cui fanno parte le Pussy Riot) simpatizzi per Otpor!. Il simbolo del movimento può essere ritrovato ad esempio sulla maglietta che la Tolokonnikova indossava in occasione del processo a suo carico; e gli innegabili collegamenti esistenti tra Riot grrrl e Femen parrebbero confermare la tesi di un coinvolgimento di Soros per quanto concerne il finanziamento delle attività di protesta organizzate dal collettivo ucraino.
Ma il business femminista non è solo mammelle al vento e eiaculazioni liturgiche tramite estintori: è anche e soprattutto approfittarsi delle persone onde poter raggiungere obiettivi di natura economica. Vi avevamo già parlato del giro delle case-famiglia e di quello dei centri antiviolenza, oggi segnaliamo un fatto piuttosto importante nella vita dell'ex presidente del FMI Dominique Strauss-Kahn: il banchiere francese ha infatti concluso proprio ieri la trattativa con la cameriera del Sofitel che lo aveva falsamente incolpato di stupro. DSK è stato prosciolto per manifesta insussistenza della denuncia (anche in quell'occasione le Femen francesi avevano inscenato una protesta vestite da inservienti, ma erano dotate di reggiseno il che farebbe ipotizzare l'esistenza di una corrente moderata all'interno del movimento), ma ha dovuto sborsare alla sua accusatrice l'esorbitante cifra di 6 milioni di dollari: la donna, subito dopo la chiusura del procedimento penale, aveva infatti avviato una causa civile contro il suo presunto molestatore per gli stessi identici motivi. Strauss-Kahn dovrà contrarre un mutuo e farsi prestare 3 milioni dalla ex moglie Anne Sinclair per poter onorare il dovuto. La profezia di Ophelia
tranquillo, questo tipo è pieno di soldi, so quello che faccio
si è così avverata: l'umile cameriera ha trovato la sua gallina dalle uova d'oro e adesso potrà godere di un patrimonio che è enormemente superiore rispetto a quello di uno degli uomini più potenti del pianeta. Un esempio per tante potenziali eroine femministe, Femen comprese.
Qualche
giorno fa, la nota ONG Amnesty International ha lanciato una raccolta
fondi a favore delle donne. Donne che lottano per i loro diritti, che
vengono imprigionate, condannate, torturate, fatte tacere «perché donne»:
tra loro, vengono citate l'avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh e altre
tre dissidenti, una siriana, una egiziana e l'altra saudita. La
campagna Io sono la voce ha avuto moltissime adesioni e la cifra accumulata al momento sfiora i 25mila euro (l'altro ieri era a 13mila). Testimonial di eccezione, come si apprende da qui, è Alessandro Gassman, del quale possono essere reperiti alcuni interventi a favore del genere femminile sul sito di Antifeminist
Nella mia terza età vorrei diventare semplicemente un uomo oggetto e
occuparmi dell’intrattenimento di meravigliose creature. Sugli uomini
condivido il pensiero di mio padre. Se il mondo fosse governato dalle
donne oggi ci troveremmo in una situazione migliore. Le ritengo
superiori ai maschi in tutto. Tranne in una cosa: noi siamo più bravi a
raccontare fiabe, ci sappiamo fare con il lato ludico in generale
Sono più sagge, più determinate, più coraggiose, anche più lucide di noi
uomini. Papà lo ripeteva sempre e aveva ragione: sono meglio in tutto,
tranne che in una cosa. Loro non sanno scrivere e raccontare le favole.
Lasciamo a noi uomini il ruolo dei pagliacci e consegniamo alle donne il
compito di governare, di guidare. Sarebbe davvero straordinario. A loro
il timone, a noi l’intrattenimento
Amnesty
da sempre è in prima linea per quanto riguarda la difesa dei diritti
delle donne, a volte a ragione ma sovente alquanto a sproposito, tanto
da far sospettare che il suo interesse non sia tanto quello di difendere
generici e nobili principi di uguaglianza e giustizia sociale quanto
salvaguardare i "privilegi di qualcuno". Partiamo ad esempio da una
questione che riguarda da vicino la tutela delle donne, ossia il
fenomeno della violenza sessuale. Si tratta certamente di una piaga del
nostro tempo, un meschino atto di rivalsa nei confronti di chi si trova
in condizioni di inferiorità fisica e non può difendersi; sul blog
delle Pari Opportunità si parla spesso di questo problema, anche se
naturalmente si insiste soprattutto su aspetti che in genere vengono
trascurati dalla stampa mainstream.
Relativamente a quanto andremo a esporre, sarebbe importante che il
lettore provasse un attimo a liberarsi da pregiudizi e stereotipi come
quello di immaginarsi lo stupro necessariamente come un atto sanguinario
di sottomissione, violenza fisica e disintegrazione psicologica: questa
in effetti è la schematizzazione mentale tipicamente associata a tale
concetto e derivante dal fatto che, in origine, esso era inteso
esattamente in quella maniera. Con il tempo tuttavia, il termine ha
abbracciato per analogia una varietà immensa di significati e
connotazioni diverse tanto da essere, come cercheremo di argomentare più
avanti, del tutto snaturato. Molte organizzazioni, tra cui quelle
giuridiche, al giorno d'oggi usano la parola "stupro" per designare
determinate condotte che con l'immagine culturale da essa trasportata
(evocativa di esperienze drammatiche e fomentatrice di rabbia e sdegno
nel cuore dei "non addetti ai lavori") non hanno, oggettivamente, niente
a che fare.
Amnesty
lamenta il basso tasso di condanne per violenza sessuale che vengono
comminate in Svezia, come del resto in altri Stati: su un certo numero
di uomini rinviati a giudizio per stupro, solo pochi vengono condannati.
La sedicente organizzazione per la difesa dei diritti umani attribuisce questo fatto a «norme di genere profondamente radicate nella
cultura patriarcale del paese», sostenendo che in definitiva i
violentatori svedesi «godono dell'impunità». Questi sono ragionamenti
che vi avevamo già documentato, e pongono il loro fondamento nell'assunto secondo cui
un
maschio accusato da una donna di violenza è sempre colpevole, e se
viene assolto in tribunale è solo perché non ci sono prove per
inchiodarlo
è molto interessante notare che in questa maniera Amnesty si professa, de facto,
sostenitrice del principio della presunzione di colpevolezza,
demonizzando l'istituto del processo penale che sarebbe, sulla base di
questa interpretazione, totalmente inutile e anzi dannoso perché
fornirebbe garanzie a persone che sono colpevoli a priori; sarebbe in
sostanza una sorta di adesione al metodo Forno basata sulla concentrazione del potere giudiziario nelle mani delle Procure, delle organizzazioni pedocriminali che li controllano e dei centri antiviolenza
che spingono, o addirittura obbligano, le donne a denunciare a
prescindere dall'esistenza di reali abusi. Implicitamente si richiede in
questa maniera l'istituzione della condanna senza appello per gli
accusati di stupro, dell'arresto preventivo come punizione, della marchiatura a fuoco
sulla base di fatti non dimostrabili in sede legale ma valevoli nell'ottica
secondo cui "la donna che accusa ha sempre ragione". Del resto, come si
apprende frequentando questi ambienti, un procedimento a difesa di un
indagato per violenza sessuale finalizzato a verificare la consistenza
della versione fornita dall'accusatrice (versione che nella stragrande
maggioranza dei casi costituisce l'unica prova del presunto stupro ma
che, come abbiamo più volte puntualizzato,
è sufficiente a produrre una sentenza di colpevolezza qualora
l'imputato non riesca a dimostrarne l'infondatezza) sarebbe da
interpretarsi come un "processo alla vittima" o come un "secondo stupro", un osare mettere in dubbio la sua parola, un tentativo di far
emergere eventuali contraddizioni e menzogne che invece dovrebbero
rimanere segrete. Il fatto stesso di garantire a queste persone la
possibilità di difendersi, di portare prove a loro credito e di poter
essere giudicate in un contesto non inquinato dai pregiudizi che
inevitabilmente sorgono quando si ascolta una sola campana, sarebbe
sintomo di una mentalità patriarcale che "condanna le vittime". Insomma,
secondo Amnesty gli uomini prosciolti da accuse di stupro alla fine non
sono altro che violentatori rimasti impuniti.
La
realtà tuttavia è che il proscioglimento da un'accusa di violenza
sessuale richiede molto spesso che l'indagato riesca a dimostrare al di là di ogni
ragionevole dubbio la propria innocenza: se si escludono le condanne
derivanti da prove oggettive e dimostrabili, quali referti medici
attestanti lesioni o testimonianze di terzi, tutte le sentenze di
colpevolezza derivano dal fatto che l'imputato ha fallito nel convincere
la corte della propria estraneità alle accuse. Un esempio è la vicenda di Brian Banks,
la cui condanna è stata ribaltata non appena l'unico elemento
probatorio che lo inchiodava, cioè la parola della sua accusatrice, è
stato sconfessato da una "ritrattazione" catturata da una videocamera
nascosta. Questo dimostra, al di là di tutte le mistificazioni
provenienti da associazioni quali Amnesty o WAR, che chi viene
scagionato da un'imputazione per stupro è sicuramente innocente (almeno
in relazione allo specifico fatto contestato), mentre tra chi viene
condannato esiste un sommerso, difficilmente quantificabile, di
innocenti che scontano ingiustamente una pena detentiva. Questo
ovviamente è anche quello che avviene in Svezia, paese all'avanguardia
per quanto concerne la persecuzione del sesso maschile.
Come si apprende da varie fonti,
in Svezia esistono svariati provvedimenti che i procuratori possono adottare contro i sospettati di violenza sessuale. Innanzitutto,
chiunque ricada in questa sfortunata categoria può essere sottoposto a
detenzione, in isolamento 24 ore su 24 e in regime di totale incommunicado,
senza la necessità che vengano depositate accuse formali, per un
periodo di tempo virtualmente illimitato. Questo è quello che rischia
Assange, per il quale è stato spiccato un mandato di arresto a seguito
di alcune accuse che due femministe svedesi gli hanno rivolto: nello
specifico, il capo di imputazione (attualmente non ancora formalizzato)
sarebbe quello di "sesso a sorpresa", una particolare forma di "violenza
sessuale" che si concretizza quando il rapporto, inizialmente
consensuale, si tramuta in un possibile abuso ad esempio perché la donna
si addormenta durante il coito oppure il preservativo si rompe e il partner
non si accorge di questo fatto. In entrambi i casi (che poi sono le
accuse specifiche che gravano su Assange, anche se non si è ancora ben
capito se questo preservativo si sia rotto accidentalmente o non sia
stato addirittura manomesso prima della penetrazione, cosa che in teoria
potrebbe anche far scattare l'ipotesi di "stupro aggravato") si configura
secondo la giustizia del paese una condotta criminosa in quanto l'uomo
fallisce nel recepire una mutata condizione che potrebbe far supporre un
mancato consenso da parte della compagna. Ricordiamo che per queste
imputazioni Assange è stato oggetto di un mandato di arresto
internazionale, incarcerato in Gran Bretagna e poi costretto, dopo la
concessione della libertà vigilata, a una sorta di confino politico
all'interno dell'ambasciata dell'Ecuador in cui si è rifugiato e si
trova tuttora, impossibilitato ad uscirne in quanto riconosciuto idoneo
all'estradizione in Svezia. Al momento l'esecuzione del provvedimento
non è possibile solo perché nessuna forza nazionale può "assaltare"
un'ambasciata estera, ma naturalmente se l'informatico australiano
dovesse mai mettere piede fuori dall'edificio diplomatico sarebbe
immediatamente arrestato e tradotto nel paese scandinavo in cui rischia
una pesante condanna. Il timore principale di Assange è tuttavia quello
di venire successivamente estradato negli Stati Uniti, dove è
accusato di spionaggio insieme a Bradley Manning (da diverso tempo
detenuto in isolamento) e rischia la pena di morte. In questo contesto
emerge brillantemente Amnesty, che propone una soluzione a questo impasse:
secondo l'associazione, la Svezia si dovrebbe impegnare a non
trasferire l'uomo negli USA una volta scontata la condanna per "stupro".
In questa maniera, si garantirebbe il diritto di Assange a non essere
ammazzato per aver rivelato le magagne americane e nel contempo si
riconoscerebbe "giustizia" alle femministe che lo hanno accusato
È fondamentale che gli stati dimostrino di fare sul serio quando hanno a
che fare con denunce di violenza sessuale, rispettando sia i diritti delle
donne che chiedono tutela sia quelli delle persone accusate
conclude il comunicato.
Anna Ardin, una delle "vittime" di Assange (la bella addormentata, per
la precisione), è salita agli onori della cronaca in quanto autrice di
un manuale intitolato Guida alla vendetta contro il partner, pubblicato sul web prima di essere rimosso in concomitanza del deposito della denuncia (alcuni siti tuttavia sono riusciti a salvarne una copia): essa è scaturita non appena le due donne hanno saputo l'una dall'altra di aver avuto rapporti con il fondatore di Wikileaks.
La Ardin, femminista radicale da quando era all'università, è stata
ragguagliata sulla possibilità di sporgere la querela da una sua amica
poliziotta (secondo alcuni anche amante), la stessa che poi ha prodotto
il verbale trasmesso alla procuratrice di Stoccolma. «È ora di
sgonfiare quel pallone gonfiato ed esageratamente osannato di Julian
Assange» aveva poi dichiarato
l'agente sulla sua pagina Facebook. Data la natura delle imputazioni, è
evidente che il castello inquisitorio non può che fondarsi
esclusivamente sulla parola delle parti lese: ma come per l'appunto
dicevamo prima, questo non è importante perché alla fine l'onere della
prova spetta all'indagato. Le due donne sono assistite da Claes
Borgstrom, una specie di "avvocato dei sessi" che sostiene una campagna
finalizzata a estendere ulteriormente la fattispecie legale dello stupro
e ad assicurare di conseguenza più "stupratori" alla giustizia;
evidentemente riconoscere come reato il "sesso a sorpresa" o il "sesso
supplicato" (come si apprende da Femminismo a Sud, quel crimine che compie l'uomo quando riesce ad ottenere sesso dalla partner
solo dopo averla pregata insistentemente, compiendo così una sorta di
sottile costrizione psicologica) non è più sufficiente a contrastare
l'ondata di violenza sulle donne che attanaglia il paese e che la «cultura patriarcale» non è certo in grado di arginare.
La
femminista svedese Helene Bergman, la stessa che negli anni '60 aveva
coordinato le contestazioni delle donne che chiedevano un maggior
riconoscimento dei loro diritti, è stata costretta ora a riconoscere
l'eccessivo imbarbarimento di quello che con il tempo è diventato un politically correct «femminismo di Stato»:
la tendenza a riconoscere la donna come «vittima di default» da parte
delle istituzioni e la relativa condanna, senza processo né appello,
della controparte di sesso maschile da parte della stampa e
dell'opinione pubblica (tutti i media svedesi, come del resto svariate
altre testate occidentali come il Guardian e il NYTimes, hanno fatto
fronte comune nel dichiarare Assange come un «pericoloso stupratore
rimasto in libertà e da assicurare al più presto alle patrie galere»),
costituisce la conferma più lampante del fatto che ciò che inizialmente
si configurava come uno «strumento di liberazione» sia degenerato in un
mezzo «per far carriera, soprattutto in politica, nel servizio civile e
nel sistema giudiziario». Il problema, amplificato ad arte da televisioni e
giornali che sempre secondo la Bergman ormai si pongono solo l'obiettivo di
«educare la popolazione piuttosto che tenere il potere sotto controllo»,
della violenza e della discriminazione contro le donne ormai è
diventato l'arma più potente per penetrare la sensibilità delle persone
comuni e carpirne i consensi. Questo punto debole della società
occidentale, questa falla nelle capacità razionali e di critica dei
popoli che hanno vissuto il femminismo finendo per esserne travolti, è
proprio lo spiraglio che usano associazioni come Amnesty International
per fomentare lo sdegno nei confronti di quei paesi che in qualche
maniera osano rifiutare la dottrina e il modello svedese, e la rivolta
dei popoli contro i relativi governi. Rivolta che potrebbe tuttavia
avere diversi fini, non solo di natura politica e ideologica ma anche
economica.
Vi avevamo già parlato di Julija Tymošenko:
la ex premier ucraina è stata recentemente condannata per aver
finanziato indebitamente attraverso le casse pubbliche la compagnia
Gazprom, che controlla una buona fetta delle fonti di gas naturale
all'interno del suolo russo. La vicenda riguardava la costruzione di
gasdotti e centrali che consentissero lo sfruttamento a fini energetici
di queste risorse: l'accusa contestava il fatto che l'entità della spesa
non era giustificata, cioè che il finanziamento danneggiava lo stato
ucraino a vantaggio della Gazprom. Società che, attraverso una complessa
catena di partecipazioni (sempre secondo l'accusa), faceva affluire
quote in alcuni fondi di proprietà della stessa Tymošenko; nel nostro
ordinamento, il reato contestato prende il nome di peculato (lo stesso
di cui sono attualmente indagati Lusi e Fiorito). Come dicevamo, la
sentenza è stata pesantemente contestata da parte di svariate
organizzazioni anche governative come la UE, che non hanno tardato a
definire la sentenza come politica: secondo questi osservatori, il
procedimento sarebbe stato orchestrato per tagliare fuori dalle elezioni
il principale avversario dell'attuale presidente Viktor Janukovyč.
Amnesty chiedeva il rilascio immediato e incondizionato della Tymošenko e
l'archiviazione di tutte le imputazioni a suo carico, adducendo la
medesima motivazione; anche il collettivo femminista ucraino Femen (lo
stesso che tempo fa ha promosso una manifestazione contro il proscioglimento di Dominique Strauss-Kahn
dall'accusa di stupro mossagli contro da una cameriera durante un suo
soggiorno negli Stati Uniti e, secondo diversi opinionisti, manovrata
con il fine di espellere l'ex presidente del FMI dalla corsa all'Eliseo)
ha preso parte alle proteste per la liberazione della "lady di ferro". Il gruppo di contestatrici qualche mese fa è salito agli onori della cronaca per aver distrutto un monumento in memoria delle vittime dello stalinismo situato nel centro di Kiev: la leader del movimento, Inna Shevchenko, ha abbattuto una croce di Cristo morente usando una motosega
la sceneggiata è stata organizzata per dimostrare solidarietà nei confronti del gruppo feminist punk
russo denominato Pussy Riot, del quale come ben saprete sono state recentemente
condannate due esponenti a seguito di un concerto, giudicato blasfemo e
di incitazione all'odio religioso, organizzato all'interno della più
importante cattedrale di Mosca: cinque musicanti incappucciate si sono intrufolate nella chiesa di Cristo Salvatore per intonare un motivetto di discutibile valore artistico accompagnato da liriche banali e scontate che non vale proprio la pena riportare, a parte forse il passaggio in cui il capo della Chiesa Ortodossa viene definito puttana (questo è il video dello spettacolo con i sottotitoli in inglese). Anche per loro, Amnesty si è mobilitata
chiedendo alle autorità russe il rilascio immediato e incondizionato
delle tre componenti arrestate, e l'archiviazione di tutte le
imputazioni a loro carico. La motivazione addotta, di nuovo supportata
dalle medesime associazioni di cui si parlava prima, è che il
procedimento penale fosse stato montato per ragioni di natura prettamente politica,
ossia in qualche modo per "onorare" il presidente in carica Vladimir
Putin che in effetti è stato coinvolto esplicitamente nella "preghiera punk" (il cui ritornello scandiva le parole Vergine Maria, manda via Putin) e nel contempo zittire uno scomodo avversario. Le Pussy Riot non godevano di alcuna visibilità né nel panorama culturale locale né tantomeno nella scena istituzionale russa,
tant'è che erano praticamente sconosciute anche in ambito strettamente musicale;
l'unico evento degno di nota e documentato antecedente al vilipendio
della chiesa moscovita riguarda la leader del movimento, Nadezhda
Tolokonnikova (una studentessa di filosofia 22enne), che come partecipante del collettivo Voina aveva condotto
una manifestazione sempre contro Putin ma che non aveva prodotto alcuna
conseguenza né amministrativa né penale. A seguito della vicenda che le
ha fatte salire alla ribalta, la stampa occidentale ha costruito un
imponente apparato di opinione che accusava il presidente del Cremlino
di aver pilotato le procedure legali contro le tre donne imputate,
secondo alcuni per motivi di convenienza politica mentre secondo altri (diciamo
un po' più "realisticamente") o per ottenere "vendetta" nei confronti
di chi lo aveva insultato o per "intimorire" il popolo e prevenire così
nuove contestazioni contro il governo. Ragionevolmente per cercare di
difendersi da questa campagna mediatica particolarmente aggressiva, Putin aveva pubblicamente lanciato un appello
affinché le Pussy Riot venissero trattate con clemenza: questo si può
spiegare assumendo una presa di consapevolezza del fatto che
un'eventuale sentenza di colpevolezza nei confronti delle manifestanti e la relativa amplificazione strumentale da parte
della stampa non avrebbero giovato alla sua reputazione e alla
possibilità di essere nuovamente rieletto. La condanna di due delle tre
contestatrici in passamontagna potrebbe stare a significare che
probabilmente i tribunali russi non "obbediscono" al presidente come
alcuni vorrebbero far credere; quel che è certo è che Putin, con le sue
politiche protezioniste, è malvisto dalle multinazionali occidentali che
tuttora chiedono una maggiore partecipazione in diverse società russe,
tra cui guardacaso Gazprom. È noto del resto che alcune agenzie americane, ad
esempio la Usaid, abbiano finanziato ONG russe come Golos che hanno poi accusato Putin di essere stato eletto solo grazie a brogli elettorali.
La
vicenda delle Pussy Riot è stata pubblicizzata da Amnesty International
attraverso un'intensa campagna mirata a denunciare la repressione del
dissenso in Russia e sottolineare che il gesto delle artiste "si
configurava come una legittima espressione del proprio pensiero": preso
atto di ciò, è ben strano che la stessa organizzazione non si sia
minimamente occupata dell'arresto di un 27enne greco accusato di aver
diffuso in rete alcune immagini blasfeme
di un monaco ortodosso, Elder Paisios, piuttosto noto nel paese ellenico. Si trattava per la precisione di
alcuni fotomontaggi in cui il religioso veniva rappresentato in
abbinamento a un piatto di lasagne, che in Grecia prendono per l'appunto
il nome di Pastitsios. L'uomo si trova tuttora in carcere in attesa di
giudizio, ma nessun comunicato in suo favore è mai stato emesso dalla
ONG per i diritti umani. Ma del resto, le Pussy Riot sono state punite «perché donne»,
mentre questo qui probabilmente merita la pena perché è un maschio come
lo stupratore Assange o tutti quelli che sono stati (erroneamente, of course)
assolti in un processo per violenza sessuale. In effetti, nel caso di
persone di sesso maschile la pubblicizzazione da parte di Amnesty delle petizioni è
meno che scarsa, e generalmente verte su generiche pretese
svogliatamente replicate attraverso copia-incolla quali il
«salvaguardare la detenzione o il
benessere fisico e psicologico delle persone sottoposte a custodia» (vedi esempio). Niente a che fare con la campagna promossa a favore della Sotoudeh, della Tymošenko, delle Pussy Riot, di Sarah Shourd, di Aung San Suu Kyi (e naturalmente non anche tutti gli altri detenuti
politici birmani, colpevoli di essere portatori di membro e dunque non
degni di considerazione) e di qualche altra, tra cui Sakineh Mohammadi Ashtiani.
Come
certamente ricorderete, il caso Sakineh ha suscitato molto scalpore
tempo fa: la notizia riguardava una donna iraniana accusata di adulterio
e per questo condannata alla lapidazione. Solo dopo qualche tempo si è
scoperto, attraverso canali che purtroppo non hanno avuto una
altrettanto forte eco mediatica, che la storia è stata piazzata ad hoc
da un anti-islamico francese, Bernard-Henry Lévy (membro di una frangia
estremista che diverse volte si è contraddistinta per la diffusione di notizie false finalizzate a diffamare la cultura musulmana), e amplificata da Nicolas Sarkozy, dalla ex premier dame
Carla Bruni e da Hillary Clinton sul fronte americano. In realtà, come
hanno fatto sapere le autorità iraniane, la donna è stata condannata
solo per aver preso parte all'assassino del marito,
da lei drogato con lo scopo di semplificare l'opera all'esecutore
materiale del crimine, l'uomo con il quale la Ashtiani avrebbe
intrattenuto la relazione extraconiugale che ha poi portato all'ipotesi
di adulterio. I giudici hanno emesso nei confronti dei due una sentenza
di morte, tramite impiccagione, per il reato di omicidio volontario. Il giornalista Thierry Meyssan
fa notare che in effetti provare l'accusa di adulterio è estremamente
difficile: secondo la legge iraniana, per suffragare una simile
imputazione sono necessari quattro testimoni che abbiano assistito,
contemporaneamente, ad un qualche atto fedifrago. A conferma di ciò,
parlano gli atti della Procura in cui non si fa alcun riferimento alla
tresca. Non è certo se, qualora si riesca a dimostrare un avvenuto
adulterio, sia prevista o meno la lapidazione: Meyssan sostiene che
questo genere di pena era in vigore sotto lo scià ma che è poi stata
abolita con la Rivoluzione Islamica. Altre fonti affermano che l'Iran si
sta comunque apprestando a vietarla, impedendo così ai giudici (che
godono di un ampio margine di discrezionalità nell'irrogazione delle
punizioni) di applicarla in maniera arbitraria; sempre secondo queste
fonti, già nel 2002 il capo del potere giudiziario aveva emesso
un'ordinanza in cui invitava i magistrati a sospendere le esecuzioni per
lapidazione. Non si trattava di una disposizione vincolante, e da
allora alcune organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato una
decina scarsa di persone lapidate. Quel che è certo tuttavia, è che
Sakineh non sarà sottoposta al medesimo trattamento: tra le altre cose,
l'ANSA riporta
che l'impiccagione a cui era stata condannata è stata convertita dalla
Corte Suprema in una sentenza a 10 anni di reclusione. Per la donna,
Amnesty aveva richiesto il rilascio incondizionato e l'archiviazione di
tutte le accuse a suo carico, sostenendo il suo status di «prigioniera di coscienza».
Alla fine la Shavenkova è stata imputata di omicidio, e la settimana scorsa è arrivata la sentenza, a due anni e mezzo di carcere. Ma il giudice ha deciso di sospenderle la detenzione, adducendo il pretesto della maternità: la donna avrebbe infatti un figlio e sarebbe incinta di un altro. Dunque non sconterà un giorno di galera. Comodo essere donne, anche in Russia.