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venerdì 6 giugno 2014

Non imputabilità per vizio di mente. Siamo certi che le perizie siano realmente affidabili?

Spesso si assiste a fatti di sangue che hanno ripercussioni notevoli sull'opinione pubblica. Omicidi commessi da soggetti affetti da gravi patolgie mentali. Un esempio è quello del ghanese che, nel maggio 2013, ha ucciso tre persone armato di un piccone perchè "sentiva le voci"; è notizia recente quella della condanna in primo grado a 20 anni di reclusione per omicidio volontario. Checché ne dicano molti, si tratta di una sentenza estremamente pesante per un caso simile: il riconoscimento della parziale incapacità di intendere e di volere ha pareggiato le aggravanti riconosciute, portando a una condanna complessiva di 30 anni che, decurtata del terzo previsto dal rito abbreviato, ha prodotto la pena effettivamente erogata. Alla quale si aggiunge, al termine della condanna, un periodo aggiuntivo di detenzione in un ospedale psichiatrico.

Gli OPG, che l'opinione pubblica ritiene essere dei normali ospedali, sono stati oggetto di contestazione per svariati motivi. I principali sono
  1. gli OPG non sono affatto normali ospedali ma veri e propri lager (ad eccezione di un caso, vedi sotto), che non differiscono nella struttura da un normale carcere ma gestiti in maniera tale che i detenuti al loro interno peggiorano rapidamente la propria condizione mentale, a causa di protratti periodi di isolamento in celle fatiscenti e infestate dai topi, di una pressoché inesistente assistenza sanitaria degna di tale nome che colpevolmente viene colmata dall'abuso di psicofarmaci, sedativi e calmanti da parte del personale
  2. la detenzione all'interno dell'OPG può essere protratta virtualmente all'infinito, producendo i cosiddetti "ergastoli bianchi", per cui una persona condannata ad esempio per furto e riconosciuta socialmente pericolosa potrebbe trascorrere all'interno di queste strutture molto più tempo della massima pena prevista per quel genere di reato. Spesso anche tutta la vita, come denunciato dalla cosiddetta inchiesta Marino che si è occupata del caso

per risolvere questo genere di problematiche, il Senato ha approvato una disposizione per cui i ricoveri nelle REMS, salvo casi di "conclamata pericolosità sociale dell’individuo" o laddove le cure non bastino ad evitare il rischio per la comunità, "non potranno protrarsi per una durata superiore al tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso", fatta eccezione per i reati per i quali la legge già stabilisce la pena dell'ergastolo; in quei casi i magistrati dovranno adottare misure "alternative" rispetto agli ospedali psichiatrici giudiziari. Questa disposizione, del resto, recepisce (o meglio, cerca di rafforzare) una legge della Repubblica Italiana che la magistratura ha sempre cercato - con successo, peraltro - di aggirare, ossia la Basaglia: in base a questa normativa del 1978, che si proponeva all'epoca di eliminare la vergogna degli abusi perpetrati nei manicomi civili, nessuno può essere trattenuto in una struttura ospedaliera psichiatrica contro la sua volontà (coercizione sanitaria), fatta ovviamente eccezione per chi deve scontare una pena o per chi deve essere soggetto a misure coercitive personali derivanti dalla commissione di un delitto (coercizione giudiziaria). L'aggiramento si concretizza proprio nell'istituto dell'ergastolo bianco, uno dei tanti istituti illegali creati in maniera unilaterale dalla magistratura, per cui un individuo può essere trattenuto in manicomio per un periodo superiore anche al massimo edittale previsto per il reato commesso.

Paola Di Nicola a un convegno sulle discriminazioni
nei confronti delle donne
Le polemiche non si sono fatte attendere: la giudice Paola Di Nicola, candidata alle elezioni del CSM e appoggiata dalla sua corrente politica (Magistratura Democratica, la corrente cosiddetta di sinistra della magistratura a cui afferiscono il 90% dei suoi appartenenti), ha espresso notevoli preoccupazioni riguardo la disposizione legislativa. Secondo la dottoressa del Tribunale di Roma, che ha recentemente scritto un libro sul ruolo delle donne in magistratura (a suo parere fortemente discriminate "in quanto donne", nonostante a dire il vero la componente femminile in magistratura si avvicini molto al 50% con un turn-over peraltro molto favorevole visto che le nuove leve sono quasi tutte donne) e che ha rilasciato alcune interviste a testate giornalistiche afferenti alla sigla femminista borghese "Se Non Ora Quando", la nuova norma rischia di mettere in circolazione "soggetti ad alta pericolosità sociale che potrebbero finire fuori dal carcere senza che siano state predisposte le necessarie misure sanitarie, sociali e giudiziarie [...] con gravi conseguenze sia per la salute dell’imputato, che per la sicurezza della collettività". In effetti è alquanto curioso sentire questo genere di affermazioni, di ispirazione chiaramente autoritaria, repressiva e securitaria, da un membro di spicco di un'associazione che - a parole - si è sempre espressa a favore dei principi di legalità e di rispetto della persona. La mentalità prevalente all'interno di simili ambienti sembra, piuttosto, quella del malato di mente che, in quanto rifiuto della società e soggetto non in linea con gli standard sociali e estetici stabiliti dalla classe alto borghese, deve essere stoccato a tempo indeterminato in un box 2x2, solamente perché non può essere soppresso immediatamente come i cani randagi. In palese contraddizione con la legge Basaglia, che a prescindere dai diktat e dai decreti di Magistratura Democratica volti ad aggirarla e violarla sistematicamente, è pur sempre una legge dello Stato approvata dal popolo italiano. Non è affatto casuale del resto che la stragrande maggioranza dei "correntocrati", tra cui la Di Nicola, la pensino in questa maniera; basta andare a guardare quanto guadagnano in relazione al lavoro effettivamente svolto.

L'ospedale psichiatrico giudiziario maschile di Aversa
Attualmente l'unica struttura sanitaria giudiziaria che rispetta gli standard previsti per l'accoglienza di persone con turbe psichiche è l'OPG di Castiglione delle Stiviere. Una delle REMS in cui i magistrati dovranno smistare i soggetti precedentemente detenuti negli altri OPG, a meno che non sussistano le succitate eccezioni di conclamata pericolosità sociale. Castiglione delle Stiviere è un locale attrezzato e allestito con ambienti vivibili, confortevoli e alla fine difficilmente distinguibile da una struttura civile; l'unica costrizione dei suoi ospiti è naturalmente quella di non poter abbandonare l'edificio, anche se in effetti l'ambiente è del tutto open e privo di guardie penitenziarie. Insomma, l'esatto opposto degli altri 5 OPG presenti sul territorio, in particolare i famigerati Aversa e Montelupo Fiorentino.

Una stanza della sezione femminile dell'OPG di
Castiglione delle Stiviere
Castiglione delle Stiviere è l'unico OPG femminile d'Italia; come detto, esso si differenzia dagli altri OPG (solo maschili) che invece sono del tutto simili a delle carceri e in cui giornalmente si assiste a sistematiche violazioni dei diritti umani. Tutte le donne colpevoli di reato che vengono riconosciute socialmente pericolose ma incapaci di intendere e di volere vengono ospitate qui; diverse critiche sono state avanzate per via del fatto che in questa maniera molte vengono allontanate eccessivamente dalle loro famiglie, contrariamente ai "maschi" che invece hanno la fortuna di poter essere detenuti più vicino al loro luogo di origine, visto che in Italia di OPG maschili ce ne sono ben 6 (Castiglione compreso). A questo punto, anche per pareggiare la giusta osservazione riguardante il maggior numero di strutture maschili rispetto a quelle femminili, è necessario fare una considerazione abbastanza poco politically-correct sulla estrema facilità con cui le donne ree di delitti vengono riconosciute incapaci di intendere e di volere.

Oltre al caso Kabobo, è notizia di questi giorni quella del rinvio a giudizio del padre di Donatella Zucchi (Francesco Pinca), accusato di favoreggiamento nei confronti della figlia in quanto l'avrebbe aiutata a disfarsi del cadavere del marito. L'uomo, il tossicologo Vincenzo Brunaldi, era stato freddato nel sonno dalla donna, una ex vigilessa, con la sua pistola d'ordinanza; è stata poi la Zucchi a chiamare il padre, chiedendogli di raggiungerla per aiutarla prima a fare acquisti (i due si sono recati al Bricoman per acquistare una brugola, del nastro adesivo, un badile, un cavalletto, un bidone verde con ruote e una mazza da muratore), e poi a gettare nell'immondizia alcuni rifiuti ingombranti, tra cui alcuni sacchi dell'immondizia (contenenti il cadavere di Brunaldi) e un letto. Alle osservazioni del Pinca riguardanti le evidenti macchie presenti sul materasso, la figlia ha risposto che si trattava solo di ruggine; l'uomo è così tornato a casa fermandosi a metà tragitto per smaltire i rifiuti. La Zucchi è stata assolta per totale vizio di mente, e condannata a trascorrere un periodo di cinque anni (eventualmente rimodulabile qualora la pericolosità sociale scemasse nel frattempo) presso l'OPG di Castiglione delle Stiviere.

Vincenzo Brunaldi e Donatella Zucchi
Tutte le perizie effettuate, comprese quelle della Procura, hanno stabilito la non imputabilità per incapacità di intendere e di volere. Secondo gli "esperti", la donna non è penalmente perseguibile a causa di un disturbo paranoide, che l'ha portata a ritenere che il marito volesse rovinarla o addirittura ucciderla. Neanche il tentativo di occultamento del cadavere e delle prove, pianificato con estrema lucidità e assenza di qualsivoglia scrupolo di coscienza, contraddirebbe questa tesi, tant'è che un perito parla chiaramente di "lucida follia". Eppure, un omicidio commesso a sangue freddo e le procedure organizzate per sviare le indagini e allontanare da sé i sospetti dovrebbero essere largamente sufficienti a escludere la "incapacità di intendere e di volere", che può manifestarsi solo quando la mente è talmente obnubilata dalla malattia da impedire al soggetto di svolgere qualsiasi attività che richieda anche una minima coordinazione mentale razionale. Stati mentali (anche patologici) quali la paranoia, la rabbia, la frustrazione e così via non possono certo rappresentare delle cause valide per sancire l'incapacità di intendere e di volere; se così fosse, la stragrande maggioranza degli assassini, dei pedofili, degli stupratori seriali dovrebbero essere considerati non imputabili. Il problema è che nessun perito si sognerebbe mai, per motivi di political correcteness, di riconoscere una scappatoia simile a un pedofilo (che è quasi sempre un malato di mente) o a un violentatore; non l'hanno fatto per Kabobo, che fino a prova contraria non aveva alcun movente per prendere a picconate alcuni passanti selezionati a caso e non ha certo provato a sviare le indagini, figuriamoci. Questo a dimostrazione del fatto che la malattia mentale, di per sé, non è assolutamente sufficiente a implicare la non responsabilità penale, come giusto che sia. Ma se Kabobo è imputabile e responsabile delle proprie azioni, perché non dovrebbe esserlo una che ha ucciso il marito per astio o odio, pianificando l'assassinio e l'occultamento del cadavere nei minimi dettagli?

La cosiddetta scienza psichiatrica è ben lungi dall'essere una scienza univoca e rigorosa. Anzi, forse sarebbe meglio dire che ha ben poco a che fare con il metodo scientifico. Il margine di discrezionalità è tale che lo psichiatra può tranquillamente permettersi di orientare la propria perizia in funzione del risultato che vuole ottenere sin dall'inizio. Generalmente questo comporta che nessun esperto stilerà mai una perizia favorevole a un soggetto gravato da un pesante stigma socio-culturale (un pedofilo, uno stupratore, un femminicida); nel caso invece di soggetti che si ritiene debbano essere protetti e esonerati dalle loro responsabilità in quanto genericamente percepiti come vittime, invece, la dichiarazione di non imputabilità sembra quasi che sia un atto dovuto. Un immigrato irregolare non è visto come vittima di un contesto culturale "xenofobo"; una donna al contrario è quasi sempre percepita come vittima di un contesto "patriarcale". Questo spiega la differenza di trattamento tra malati psichiatrici di sesso diverso; spiega le palesi differenze di condanna a parità di reato commesso; spiega le ingiustizie a danno dei padri separati nella giustizia civile; spiega i concorsi pubblici truccati della magistratura a favore di candidate legate ai commissari da "legami affettivi", le quote rosa forzate, gli incentivi all'imprenditoria femminile e tutto il resto.

(Continua)

sabato 31 maggio 2014

Cerca di ammazzare il compagno, ai domiciliari

Domiciliari confermati per un'agente immobiliare di 37 anni, Roberta Bordone, accusata di tentato omicidio nei confronti del compagno, il noto gioielliere savonese Alberto Dupanloup. La donna, a seguito di una violenta lite scoppiata tra i due per motivi di gelosia, ha afferrato un coltello da cucina e colpito il commerciante al braccio e al torace, tanto da raggiungere il polmone. L'uomo è attualmente ricoverato al San Paolo di Savona, ma non sarebbe in pericolo di vita e le sue condizioni sono stabili.

La Bordone, inizialmente arrestata dai Carabinieri e sottoposta ai domiciliari a casa dei suoi genitori su disposizione della pm Chiara Venturi (provvedimento alquanto singolare, visto che generalmente in caso di accoltellamento la Procura dispone il carcere per motivi di sicurezza), è assistita dall'avvocato Marco Iovine. La Procuratrice ha già dato disposizione di svolgere una perizia per valutare l'ipotesi di derubricare l'accusa da tentato omicidio a normali lesioni (anche il fatto che la Procura cerchi in tutti i modi di alleggerire le accuse a carico di un imputato è abbastanza curioso).

Il gip Fiorenza Giorgi, che ha confermato i domiciliari per l'accoltellatrice, ha alle spalle un'esperienza di giudice tutelare e si occupa di misure giudiziarie a tutela delle cosiddette "fasce deboli". Proprio un mese fa, confermando il carcere per un uomo accusato di aver schiaffeggiato la moglie (poi dimessa con una prognosi di 2 giorni), aveva dichiarato
Le violenze subite vanno denunciate. In questo Paese non si può accettare che un marito picchi la moglie. Le donne devono imparare a fare gruppo come fanno gli uomini e così facendo impareranno a farsi rispettare, ma soprattutto devono avere il coraggio di denunciare. Non devono avere paura: appena vengono picchiate una prima volta, devono rivolgersi alle forze dell’ordine
il blog Violenza di Genere concorda con le parole della giudice Giorgi, ma fa anche osservare che le donne hanno già imparato, sicuramente, a fare gruppo. Ad esempio quando una giudice istruttrice e una Procuratrice della Repubblica devono occuparsi di valutare le misure cautelari da applicare a una loro sodale accusata di tentato omicidio, come l'esempio sopra riportato ci dimostra; nel qual caso forse più che di "gruppo" sarebbe più corretto parlare di lobby.

martedì 17 luglio 2012

Detenuto non ha potuto usufruire dei domiciliari perché l'abitazione che condivide con la ex moglie è occupata da lei e dal suo nuovo compagno. Ora che ha scontato la pena non sa dove andare

Cagliari — A settembre terminerà di scontare tre anni di carcere ma non sa dove andare a vivere nonostante sia proprietario di un appartamento in temporanea comunità di beni con l'ex moglie che lo occupa con il nuovo compagno. La paradossale vicenda che ha come protagonista un detenuto del carcere di Cagliari è stata resa nota da Maria Grazia Caligaris, presidentessa dell'associazione Socialismo Diritti Riforme Maria, che esprime seria preoccupazione «per gli imprevedibili sviluppi che la vicenda potrebbe avere senza di fatto arrivare a una soluzione che rispetti il diritto delle parti in causa».

Il giudice, essendo in corso la causa di separazione, non può assegnare la casa a uno soltanto degli ex coniugi in quanto non ci sono minori in causa; di fatto essi risultano al momento proprietari dell'immobile al 50% per effetto della comunione dei beni. «È assolutamente necessario — sottolinea la presidente di Sdr che più volte ha incontrato il detenuto — assumere un'iniziativa che consenta all'uomo, peraltro invalido, di ottenere ciò che gli spetta. Il detenuto non ha neanche potuto trascorrere l'ultimo anno di pena ai domiciliari perché la sua casa era occupata dalla ex moglie e dal suo nuovo compagno».

Fonte

domenica 15 luglio 2012

Istat: strangoliamo i papà-bancomat e togliamo loro il lavoro. Più mamme mantenute in carriera

Usciti i nuovi dati Istat sull'affido condiviso. Secondo l'istituto nazionale di statistica, l'applicazione di questa tipologia di contratto post-matrimoniale è salita di 2.6 punti percentuali rispetto all'ultimo anno; ne parla anche Maschile Plurale (la fonte la trovate qui). Le statistiche Istat non citano il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi l'affido condiviso, come denunciato da Adiantum, utilizza la formula della domiciliazione prevalente presso la madre; un'interrogazione parlamentare guidata da Rita Bernardini ha chiesto conto del perché
in diversi Tribunali della Repubblica siano ancora in uso (o lo siano stati fino a pochissimo tempo fa) dei moduli pre-stampati e pre-compilati nei quali, sostanzialmente, si prevede che in sede di separazione legale dei coniugi l'istituto dell'affido condiviso dei figli di cui alla legge n. 54 del 2006 possa essere regolato esclusivamente con l'attribuzione del cosiddetto domicilio prevalente, ossia con l'allocazione automatica del minore alla madre, in violazione di quanto previsto dalla normativa vigente
dettaglio importante secondo noi, perché se si tiene conto di questo fatto i casi di vero affido condiviso sarebbero meno del 19% (dati relativi al 2008).

Presidentessa dell'Istat è attualmente la d.ssa Linda Laura Sabbadini, nota per interventi del seguente tenore
A proposito della crisi economico-finanziaria — È urgente creare dei meccanismi per limitare la presenza maschile al potere [...] specie quando avviene attraverso meccanismi di cooptazione [cameratismo patriarcale] [...] soprattutto nella politica e nell'economia [...] visti i risultati disastrosi mostrati dalla crisi [giusto, perché gli aspetti negativi sono da attribuirsi al maschio, mentre quelli positivi sempre e indiscutibilmente alla donna; tutto ciò ricorda molto gli annunci di un noto demagogo, ma lasciamo perdere]. Quello della presenza delle donne nei luoghi decisionali è uno dei punti critici della situazione femminile nel nostro Paese.

Le donne sono investitori più prudenti degli uomini e l'esclusione dalle posizioni di vertice delle banche avverrebbe anche per questa ragione, dato che nei consigli di amministrazione a quanto si racconta le decisioni sarebbero rischiose ma determinanti per il successo [insomma, secondo la Sabbadini il motivo della crisi non sarebbe da ricercarsi nelle manovre speculative di un'economia di mercato certamente troppo liberale, ma nell'eccesso di testosterone presente nei CdA].
e per i suoi introiti

Retribuzione annua lorda risultante dal contratto individuale 

Amministrazione: Istituto Nazionale di Statistica

Dirigente: Sabbadini Linda Laura (incarico ricoperto: Dirigente Generale — Dipartimento per le Statistiche Sociali e Ambientali)

Stipendio tabellare € 55.397,39
Posizione parte fissa € 36.299,70
Posizione parte variabile € 57.628,64
Retribuzione di risultato € 25.674,27

Totale annuo € 175.000,00

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mercoledì 11 luglio 2012

Elisabetta Meyer colpisce ancora. Condannato a scontare tre anni di carcere per una svista burocratica

Questa mattina la giudice per le indagini preliminari Elisabetta Meyer ha emesso una durissima sentenza ai danni del parlamentare PDL Renato Farina, imputato in rito abbreviato per "falso in atto pubblico".

La Meyer ha condannato Farina a 2 anni e 8 mesi senza sospensione condizionale della pena, obbligando di fatto il deputato a scontare la condanna in carcere nel caso il dispositivo dovesse essere accolto in Cassazione.

La vicenda ha origine da una visita di Farina del 12 febbraio a Lele Mora, contro il quale la Meyer come vi avevamo fatto notare sembra avercela particolarmente (molto probabilmente perché portatore sano di membro), presso il penitenziario di San Vittore dove il talent scout si trova attualmente a scontare una condanna per bancarotta fraudolenta. La legge italiana consente a deputati e senatori di fare visita ai detenuti, anche se accompagnati dai propri collaboratori; lo sgarro del parlamentare è stato quello di farsi seguire da un ventenne che, seppur non coinvolto nell'inchiesta Mora, non figurava magari per qualche dimenticanza burocratica tra gli ammessi ad accedere ai colloqui con i carcerati. Da qui l'imputazione in "falso in atto pubblico" che ha determinato la condanna da parte della Meyer.

Fatti come questo evidenziano l'arroganza di certa gente che, in virtù della propria posizione e di personali convinzioni politiche o ideologiche, è convinta di poter fare il bello e il cattivo tempo con la libertà delle persone come se l'amministrazione della giustizia fosse un'attività da poter prendere a cuor leggero. Del resto è curioso osservare come accanto a cittadini che pagano in maniera salata i propri errori vi siano veri ed autentici criminali che invece non vengono puniti solo per il fatto di appartenere alla schiera dei "protetti" (o delle "protette" come nel caso in oggetto). Un altro punticino per la cricca milanese, in attesa di nuove e mirabolanti imprese per le quali siamo sicuri non dovremo attendere molto.

Fonte

Aggiornamento

Apprendiamo che in data 6 maggio 2011 una consigliere regionale donna è stata assolta per insussistenza del fatto dopo essere stata imputata in un procedimento esattamente analogo a quello per cui è stato condannato Renato Farina; anche lei era stata accompagnata da due "infiltrate" in una visita al carcere di Rebibbia. Non sappiamo se la sentenza sia stata confermata in Cassazione; nel caso lo fosse, quella della Meyer sarebbe da considerarsi, oltre che un atto di prepotenza gratuito, un dispositivo con tutta probabilità illegale.

lunedì 9 luglio 2012

Erroneamente incarcerato per violenza sessuale, viene assolto ma i giudici gli negano il risarcimento per ingiusta detenzione: se è stato arrestato è solo colpa sua

10 febbraio 2011, Firenze — Ha trascorso cinque mesi e cinque giorni in carcere, accusato di violenza sessuale, ma al termine del procedimento penale a suo carico il tribunale lo ha assolto. La Procura non ha presentato appello, date le evidenze, e la sentenza di assoluzione è divenuta definitiva; la donna che lo ha accusato intanto si è dileguata. Nonostante ciò la Corte di Appello gli ha negato il risarcimento per ingiusta detenzione, sostenendo che egli avrebbe tenuto una condotta gravemente colposa, «caratterizzata da noncuranza, negligenza, imprudenza, indifferenza per quanto da essa potesse prevedibilmente derivare»: una condotta “avventurosa” insomma, con la quale avrebbe “certamente” indotto gli inquirenti ad adottare la misura coercitiva. In parole povere, se è stato in carcere innocente 5 mesi e 5 giorni è solo colpa sua. Questa vicenda, che ha dell’incredibile, è quanto è accaduto a un cittadino peruviano di 32 anni. Superata l’incredulità, i suoi legali – Giacomo Passigli, Corso Gineprari e Michele Ducci – hanno presentato ricorso in Cassazione.

Il giovane peruviano, incensurato, era accusato di aver abusato di una connazionale nell’agosto 2008, nel corso di una festa in un locale delle Cascine. Lui ha sempre negato, sostenendo che era stata lei, durante tutta la serata, ad avergli fatto il filo (nonostante fosse in compagnia del fidanzato), e che il rapporto sessuale occorso era stato consenziente. Finito in carcere per violenza sessuale a seguito delle dichiarazioni mendaci dell’anonima, ha dovuto attendere l’esito del processo a Sollicciano prima di vedere riconosciute le sue ragioni. La giovane del resto ha fornito almeno tre versioni diverse della serata ed è caduta in molte contraddizioni. Dopo 5 mesi e 5 giorni di carcere, l’imputato è stato assolto. Ma secondo la Corte non ha diritto al risarcimento a causa della sua condotta gravemente imprudente.

Protestano gli avvocati e nel ricorso in Cassazione scrivono: «È assolutamente illogico (e inaccettabile) sostenere che accettare l’invito ad un incontro più intimo con una persona ad una festa, probabilmente dopo aver bevuto un po’ più del normale, debba far ritenere “prevedibile” che l’altra persona possa inventarsi una violenza sessuale». Il giovane avrebbe potuto certamente prendere in considerazione un eventuale rifiuto della ragazza di andare avanti con il rapporto sessuale (nel qual caso si sarebbe interrotto), ma di certo non poteva sospettare che lei lo avrebbe denunciato per stupro facendolo finire dentro per oltre cinque mesi.

Fonti

domenica 8 luglio 2012

Vaginate: arretrati di aprile-maggio 2012

Vorremmo analizzare alcuni casi di omicidio occorsi negli ultimi mesi.

C'è il caso di Maryana Kaminska, la ventenne condannata a 4 anni (16 aprile 2012) per aver ammazzato il fidanzato con un colpo di coltello al cuore; secondo la Procura il gesto sarebbe stato di natura difensiva, perché la coltellata non è stata inferta dall'alto verso il basso ma seguendo una traiettoria orizzontale, come se il coltello, testuali parole della perizia, fosse stato usato come scudo difensivo contro il fidanzato violento (fonte). Ed è proprio per questa magnanimità degli inquirenti che la signorina è stata liberata dopo tre settimane di arresto preventivo; ora si trova tranquillamente a casa, perché si sa condanne sotto i 4 anni non si scontano, al massimo c'è l'affidamento in prova ai servizi sociali. Si rilevano in questo caso due costanti spesso presenti in questo genere di avvenimenti: l'uso di un'arma da taglio come strumento di difesa, e la puntuale criminalizzazione della vittima maschile, che essendo deceduta non può difendere la propria onorabilità.

Citiamo (10 maggio 2012) poi la condanna a 10 mesi per concorso in omicidio (mesi, non anni, nessun errore di battitura: sembra incredibile ma è così) di Stefania Citterio, della quale vi avevamo già parlato. Il fratello naturalmente non essendo vaginadotato è stato condannato a 14 anni; lui andrà a far compagnia a quell'altro che era stato punito con 16 anni in rito abbreviato. Non si conoscono le motivazioni della sentenza, ma la Siciliano, pm dell'inchiesta, ha rilevato "lo straordinario equilibrio manifestato dal tribunale in un processo molto difficile" (anche perché caratterizzato da un clima di omertà da parte dei testimoni, intimoriti dalle minacce inflitte dal Ciavarella e dalla stessa Citterio prima dei rispettivi arresti). L'assassina è stata così liberata anche dagli arresti domiciliari a cui era stata sottoposta in precedenza. Ringraziamo la stampa quantomeno per non aver criminalizzato il povero tassista rimasto ucciso (ma questo forse perché nell'omicidio erano coinvolte due persone di sesso maschile che andavano assolutamente messe alla gogna).

Infine, dulcis in fundo (17 maggio 2012), l'assoluzione della criminale anonima che ha ucciso il marito dopo avergli stretto i testicoli e sfondato l'intestino con un tubo di marmo. Per lei niente carcere, solo un'imputazione per omicidio preterintenzionale in quanto secondo i Carabinieri non può inquinare le prove. Anche qui si rileva la criminalizzazione dell'elemento di sesso maschile: "si era trasformato in un’altra persona [...] rientrava a casa ubriaco [...] aveva tradito la moglie con una prostituta".

Per le vaginate di giugno, si consulti il topic che abbiamo aperto sul nostro forum.

lunedì 16 aprile 2012

Resta in carcere Marco Colella, il professore accusato di aver fatto sesso con una sua alunna

Avellino — Due pesi e due misure, come al solito. Marco Colella, l'insegnante di musica accusato di aver avuto una relazione sessuale con una sua studentessa 14enne, è rimasto in carcere. Il rapporto, come dichiarato dal Colella e dalla stessa 14enne, era consensuale, tuttavia data la minore età della ragazza si configura il reato di "corruzione di minore": questo il motivo per cui il GIP Antonio Sicuranza ha disposto il carcere per l'uomo. Il reato è lo stesso di cui è stato accusato Alessio Saro, in arte Billy Ballo, circa tre anni fa.

La stessa misura non è stata disposta, come si diceva proprio sull'articolo dedicato a Saro, per una educatrice milanese 30enne rimasta anonima al contrario del Colella: la donna, qualche mese dopo il fattaccio di Billy Ballo, si è resa responsabile di violenza sessuale su un suo allievo 13enne. La relazione anche in quel caso era consensuale, ma come per il Colella si configurava un reato in quanto nel rapporto era coinvolto un minore. Da quanto si apprende dal pezzo del Corriere, alla donna sono stati concessi gli arresti domiciliari due giorni dopo l'arresto: la PM Cristana Roveda all'epoca, vedendo che l'imputata aveva deciso di confessare la relazione e collaborare con gli inquirenti, ha infatti chiesto al GIP Andrea Ghinetti di applicare la misura della detenzione in casa al posto del carcere. Anche Colella ha confessato spontaneamente; dunque, perché lui resta in carcere? Perché il suo nome è stato pubblicato e quello dell'educatrice di Milano no?

Fonti

giovedì 22 marzo 2012

Chi non versa gli alimenti alla ex va in carcere

È di oggi la notizia di un 47enne di Altivole (Treviso) arrestato dai Carabinieri per una sentenza passata in giudicato e riguardante la violazione dell'obbligo di assistenza familiare a favore della ex moglie. L'uomo non avrebbe versato gli alimenti e per questo è stato condannato a 3 mesi e 10 giorni di reclusione; i militari hanno pertanto trasferito il trevigiano in carcere.

Questo fatto dimostra quanto siano falsi i dati riportati finanche da istituti statistici accreditati secondo i quali la maggior parte dei separati non adempierebbe agli obblighi economici stabiliti dalla legge: secondo l'ISTAT ad esempio, il 75,6% degli uomini divorziati non verserebbe regolarmente denaro per l'ex coniuge e i figli. Ora, loro vorrebbero far credere che 3 persone separate su 4 rischierebbero il carcere pur di non pagare gli alimenti? Chi crede a simili sciocchezze? Il Tribunale tra le altre cose può richiedere il decurtamento coatto dallo stipendio nel caso il divorziato non voglia pagare spontaneamente il dovuto all'ex consorte. Si potrebbe obiettare che se l'uomo lavora in nero questo provvedimento giudiziale non può essere applicato; ma sulla base di quale criterio l'ISTAT è in grado di stabilire che 3 separati su 4 lavorano in nero? Sono andati a chiederlo agli interessati, che hanno ammesso candidamente di evadere gli obblighi contrattuali percependo uno stipendio in nero? O hanno forse consultato una documentazione che in realtà non esiste, in quanto per le prestazioni in nero non vengono stipulati contratti di alcun genere? In ogni caso, chi rischierebbe il carcere per una cosa simile?

Fonte

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giovedì 8 marzo 2012

Sette mesi di carcere per una violenza mai commessa, assolto

Messina, 4 marzo 2012 — Si è fatto sette mesi di carcere con l'accusa di aver molestato una collega cameriera (nello specifico, il capo di imputazione era violenza sessuale) per poi essere assolto: il fatto non sussiste, hanno sentenziato i giudici. Alam Suhadul, 32enne del Bangladesh, è stato difeso dall'avvocato Giovanni Cicala e da Simone Giovannetti.

I fatti risalgono al 10 settembre 2010; i due lavoravano insieme in un ristorante di Vulcano. Lei, una 21enne palermitana, lo aveva denunciato per molestie aggravate poi sfociate nell'imputazione di violenza sessuale. La giovane, rimasta anonima, in tribunale si è più volte contraddetta; a favore dell'assoluzione hanno giocato anche numerose testimonianze depositate dal titolare del locale e dai colleghi di lavoro.

martedì 6 marzo 2012

Il negazionismo di Licia Palmentieri

Vorremmo segnalare un commento fatto da una certa Licia Palmentieri, una tizia nota anche con il nome di Viviana Hammill (vh) e in intimità con quel gran pezzo d'uomo che è il dottor Mazzeo, su Facebook. Si tratta nella fattispecie di un dialogo che per qualche motivo ha tirato in ballo la storia di Angela L. La Palmentieri (non a caso ribattezzata Viviana la bugiarda) scrive a proposito
Per me non è escluso che si sia trattato di un pastrocchio in buona fede né che invece la bambina non sia stata convinta dai genitori stessi per una sindrome di Stoccolma.
I ricordi falsi, cioè quelli ammorbati dalla soggettività, si formano contemporaneamente alla formazione del sé.

insomma, secondo lei l'obbligare una bambina di sette anni ad accusare di pedofilia il suo papà con la minaccia che se non lo avesse fatto non avrebbe più rivisto la sua mamma e sarebbe rimasta rinchiusa a vita in un centro Cismai (come testimoniato da agenti delle forze dell'ordine in Tribunale) sarebbe un errore fatto in buona fede. Come sarebbe stato un errore in buona fede l'aver estorto la parola "pisello" ad Angela in occasione di quell'unica visita in cui era assente il perito di famiglia e la piccola è rimasta sola con l'abusologa; probabilmente per questa tizia non contano nulla le parole scambiate tra la Malacrea e Forno e intercettate dalla polizia. E neanche quanto riportato dagli ermellini sul dispositivo di assoluzione del padre. La Palmentieri ipotizza addirittura che i suoi genitori l'abbiano plagiata a vita costringendola ad accettare gli abusi che in realtà ci sarebbero stati: non sappiamo bene come possano aver fatto a corromperla visto che non potevano avere contatti con lei da quando l'hanno prelevata da scuola, ma secondo questa delinquente (non sappiamo come altro definirla) si potrebbe ipotizzare una sorta di sindrome di Stoccolma. Evidentemente questa tizia non sa che gli effetti della sindrome di Stoccolma si manifestano in prossimità dell'evento traumatizzante e scemano con il tempo: di fatto Angela avrebbe inizialmente accusato il padre salvo poi acquisire con il tempo la consapevolezza del fatto che nessun abuso c'era mai stato. Esattamente al contrario. In ogni caso nessuno ha mai parlato in psichiatria di sindrome di Stoccolma in relazione ad eventi che non siano rapimenti e/o accadimenti in cui si instaura un rapporto del tipo prigioniero-carceriere. Insomma, questa gente si prodiga tanto per negare patologie studiate e proposte da psichiatri di fama salvo poi inventarsi sul momento sindromi quali questa qua o anche quell'altra, la sindrome di violenza domestica per procura (http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2010/07/03/violenza-domestica-per-procura-domestic-violence-by-proxy/). Ecco il motivo per cui noi ci teniamo molto che questa gente la smetta di insozzare i media con le loro menzogne e le loro frodi; come già abbiamo fatto per un altro episodio, invitiamo a segnalare il gruppo della Palmentieri che si trova al seguente indirizzo (potete farlo solo se avete un account Facebook): http://www.facebook.com/Noallaviolenzasulledonnevero2.

lunedì 5 marzo 2012

Tenta di ammazzare il marito a coltellate: ai domiciliari

Toano, 23 febbraio 2012 — Aveva accoltellato il marito alle spalle, ha raccontato al giudice che lui si era ferito da solo e ora è ai domiciliari  continua...

Accusato di sevizie sulla moglie, assolto: lei era consenziente

Si procurava da sola lesioni facendo uso di lime da falegname e bisturi durante il sesso, perché le piaceva il dolore. Ma il 10 luglio 2006 decise di presentarsi al pronto soccorso del San Bortolo raccontando che il marito l'aveva legata al divano, seviziata e umiliata con un bisturi; la donna in effetti aveva una lama infilata tra le cosce. Immediato l'intervento della polizia, che ha arrestato R. F., 45enne di Torri di Quartesolo (non è stato riportato il nome completo a tutela della donna) portandolo in carcere. L'uomo ha passato qualche mese tra prigione e arresti domiciliari.

Nel corso del processo è emerso che la signora, nel frattempo separatasi, era autolesionista e le sevizie, seppur discutibili quanto si vuole, erano consenzienti: la donna era d'accordo con lui a farsi trattare in quel modo. Il pm aveva sollecitato una condanna a 3 anni e 9 mesi, ma il collegio, considerati fatti, ha deciso di prosciogliere l'imputato che adesso sta valutando l'ipotesi di chiedere i danni per l'ingiusta detenzione.

Fonte

giovedì 1 marzo 2012

Per il reato di tentato omicidio, gli uomini vanno in carcere, le donne no

Oltre alla notizia che avevamo pubblicato ieri, quella della coppia di Fidenza che ha cercato di assoldare un killer per far fuori una 66enne e che ha portato l'uomo in carcere e la donna ai domiciliari (leggi l'articolo), vorremmo pubblicare due fatti di oggi riguardanti sempre il reato di tentato omicidio. Il primo riguarda l'arresto di un palermitano, Giuseppe Trapani, che ha fatto irruzione nell'abitazione di alcuni suoi congiunti con una motosega minacciando di morte tutti i presenti, ma che fortunatamente non ha prodotto alcun danno oltre alla porta squarciata; lui è finito nel carcere dell'Ucciardone di Palermo. Il secondo è quello di una 55enne ucraina, rimasta anonima a differenza del Trapani, che ha cercato di soffocare con un cuscino il marito 75enne che stava dormendo; il fatto è avvenuto a Tremestieri Etneo, in provincia di Catania, e ha portato la donna agli arresti domiciliari presso l'abitazione di un parente. Continua così ad essere verificata la tesi, già teorizzata altrove, secondo cui l'Autorità Giudiziaria applica sistematicamente il regime del carcere per gli uomini imputati di tentato omicidio e quello dei domiciliari per le donne. Visto che riteniamo questa applicazione differenziata della legge un vero e proprio abuso di potere, noi lo segnaliamo sperando che chi di dovere prenda provvedimenti.

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sabato 18 febbraio 2012

La ragazzina fa sesso con il suo boy nel bagno della scuola, lui sospeso per un giorno lei per quattro

Una certa Mary, titolare di un blog dal nome Comunicazione di Genere (che poi si è scoperto essere una malriuscita clonazione di un altro sito, l'originale Comunicazione di Genere), ha scoperto che oggi il preside di una scuola del vicentino ha sospeso due ragazzi, un maschio e una femmina, dopo che essi sono stati scoperti a a fare sesso nel bagno degli uomini. Al ragazzo è toccato un giorno di sospensione, alla ragazza quattro (permalink). Come c'era da aspettarsi, subito si sono aperte le fogne
non è equo dare, come è stato fatto, una punizione diversa ai due ragazzi: in sostanza alla studentessa è stata data una punizione più dura di 4 volte rispetto allo studente, e questo è veramente assurdo anche perché sembra porre l'accento, più che sul luogo in cui il fatto è avvenuto, ovvero il bagno dei ragazzi, sul fatto che sia una donna
è il commento di un tale Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell'Udu. In casi come questi in cui la donna, per un motivo o per un altro, viene penalizzata di più, è naturale che subito si urli al sessismo e alla discriminazione: è una sorta di somatizzazione di decenni e decenni di scenate uterine sulle questioni più disparate. Qualche persona più razionale ha fatto notare che probabilmente alla base della disparità di trattamento esistevano pregressi della ragazza in materia di infrazioni.

Quello che vorremmo far notare qui è la disparità di comunicazione quando accadono queste cose e quando invece succedono fatti come il seguente (clicca sull'immagine per ingrandire)


si tratta di un articolo a caso pescato dal web, una vaginata come tante. Banda di spacciatori composta da quattro uomini e tre donne, gli uomini tutti in carcere e le donne tutte ai domiciliari. In casi come questo, come è possibile notare, non si indigna nessuno. Chissà come mai.

mercoledì 15 febbraio 2012

Misure per donne. Monta la mistificazione sul sito delle copiatrici

Le nostre sorelline clonatrici stanno rosicando per il fatto che (finalmente diciamo noi) una donna è stata lasciata in carcere per i suoi crimini: si veda http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/02/15/misure-per-donne/. Il fatto in oggetto è quello di Fiorella Fior, la 57enne accusata di aver ammazzato il fidanzato Carlo Feltrin con una coltellata al cuore. Davanti al GIP la donna ha fatto scena muta, ma secondo la difesa la Fior sarebbe stata oggetto di ripetuti maltrattamenti da parte del Feltrin che l'avrebbe malmenata anche in quella occasione, da cui la richiesta di derubricazione del reato da omicidio volontario a eccesso di legittima difesa. Ipotesi rigettata dal giudice che evidentemente l'ha ritenuta insussistente, anche per via del fatto che la donna è stata ritrovata ubriaca dopo il delitto e che ha telefonato ad un amico dichiarando testualmente di aver «fatto un casino».

Il fatto che esistano giudici che non si lasciano abbindolare dalla storiella della povera donna abusata, storiella che compare immancabilmente tutte le volte che una femmina uccide un maschio, molto probabilmente dà molto fastidio alle nostre amiche, che già da tempo si fanno portatrici di una campagna finalizzata all'eliminazione delle carceri femminili. «Le donne non possono commettere reati di natura violenta, dunque le prigioni femminili non hanno senso di esistere» sostengono «quelle che si macchiano di reati di altra natura dovrebbero essere inserite in programmi rieducativi, non messe in carcere». Insomma, secondo loro il carcere sarebbe solo per gli uomini, in quanto solamente loro possono commettere reati di natura violenta; è chiaro allora che ogni volta che accadono episodi come questo, onde preservare il sacro principio della "donna angelo", bisogna assolutamente scaricare la colpa della violenza sul maschio più prossimo. Nel caso in esame, nel morto ammazzato (il vantaggio risiede nel fatto che lui ormai non si può difendere, per cui lo si può diffamare impunemente).

Secondo la difesa, la donna avrebbe colpito il convivente con la prima cosa che le è capitata a tiro: quella cosa che capita a tiro delle donne maltrattate stranamente è sempre un coltello. Sempre secondo la difesa, la Fior avrebbe voluto solo mettere fine alle violenze del compagno che la stava picchiando; colpendolo diretto al cuore con un coltello. A supporto di tale tesi, ematomi che la 57enne avrebbe riportato a seguito della collusione e che secondo le nostre sorelle non sono da imputare ad un disperato tentativo di difesa da parte del Feltrin, ma ai maltrattamenti che questi riservava alla sua metà. Naturalmente, come al solito, l'imperativo è far passare l'uomo per violento e la donna come vittima.

Analizziamo in dettaglio il pezzo in oggetto: si inizia con la solita mistificazione sulla recente sentenza della Cassazione facendo passare il messaggio che agli stupratori vengono concessi i domiciliari e alle donne assassine no. Ok. Al di là del fatto che nel caso di stupro come ben sappiamo ormai, sentenza della Cassazione o no, basta la denuncia di una donna per far scattare automaticamente il carcere per l'accusato anche se poi viene riconosciuto innocente alla fine (dunque figuriamoci per gli stupratori veri ai quali si contestano prove indiziarie più o meno solide), il motivo per cui in questo caso è stato disposto il carcere è che si tratta di un omicidio volontario, per il quale sussiste quasi automaticamente il rischio di reiterazione. Dunque c'è poco da fare le vittime, stiamo pur sempre parlando del reato più grave che si possa immaginare. Dopodiché si passa a dichiarare, a quanto ci pare di capire, che la disparità di trattamento tra uomini e donne per quanto concerne la carcerazione (se ne parla ad esempio qui) dovrebbe essere applicata come compensazione della violenza che le donne subiscono dagli uomini. Cioè secondo loro la Fior avrebbe dovuto essere liberata in quanto rappresentante di un sesso che "subisce" e che quindi non può essere trattato allo stesso modo dell'altro. Non siamo sicuri che l'interpretazione sia giusta (forse le nostre sorelline con molta poca originalità potrebbero spiegarsi un po' meglio sul forum o qui sotto), ma in caso lo fosse anticipiamo subito che noi personalmente non siamo d'accordo. Se si pretende la parità, la si deve pretendere in ogni ambito, nel bene e nel male, nei diritti ma anche nei doveri, nelle gratificazioni come nelle punizioni.

venerdì 10 febbraio 2012

Un anno e mezzo di carcere per abusi inventati dalla madre del bambino, assolto

9 febbraio 2012 — I giudici della seconda sezione penale del tribunale di Pisa hanno assolto un 55enne assicuratore di Pontedera ed ex politico di Montopoli Valdarno, dalle accuse di pedofilia. Secondo i magistrati, “il fatto non sussiste”.

L'uomo era stato accusato dalla madre del bambino che avrebbe, secondo la sua versione, subito gli abusi in un parco giochi di San Romano verso la fine del 2008. Dopo un accenno di indagine sono scattati gli arresti prima presso il penitenziario Don Bosco di Pisa, poi nella sezione pedofili della Casa Circondariale di Prato. In totale il presunto abusatore ha scontato un anno e mezzo di carcere preventivo.

Nel corso degli anni l'assicuratore era stato scagionato dalle accuse di sequestro di persona e violenza sessuale: nello specifico, il processo che si è tenuto lo vedeva imputato solo per molestie.

Adesso il 55enne sta valutando l'ipotesi di chiedere i danni per l'ingiusta detenzione.

Fonte

venerdì 3 febbraio 2012

La legge su due binari, quando a pagare sono solo le persone di sesso maschile

Il sistema giudiziario vaginocratico che caratterizza le democrazie occidentali e basato sulla deresponsabilizzazione della donna in tutti gli ambiti, in particolar modo quello penale, rischia di far passare il messaggio secondo cui «se sei femmina, ti puoi permettere ogni tipo di crimine, tanto pagano gli uomini al posto tuo». Questo è quanto si manifesta ogni giorno nelle centrali di polizia, nelle stanze delle Procure, nelle aule di Tribunale: la donna è vista come un essere totalmente irresponsabile, nel senso che non deve rispondere mai delle proprie azioni. Ciò è in palese contraddizione con le pretese femministe che vorrebbero la donna ad occupare tutte le posizioni di comando, ed è molto pericoloso perché fa venir meno la funzione deterrente della Giustizia per una particolare categoria che rischia così di diventare una sorta di potente lobby criminale o addirittura una seconda Mafia. A esemplificazione di quanto sin qui affermato, riportiamo un articolo di ieri riguardante gli arresti di un gruppo di spacciatori, quattro uomini e una donna


come avviene di frequente, anzi diciamo pure quasi sempre quando in attività criminose sono coinvolte persone di sesso femminile, gli uomini sono stati messi tutti in carcere mentre all'unica donna sono stati concessi i domiciliari. Si noti anche che il Pubblico Ministero in questo caso è un'altra donna, la dottoressa Mariangela Magariello. Il fatto è che un caso, due, tre possono non significare niente: ma qui siamo di fronte ad una sistematica applicazione differenziata della legge, come si evince da questi esempi, questi altri e anche da questo più recente che non abbiamo avuto il tempo di pubblicare prima (vedi la fonte)


altri fatti più specifici e illuminanti si possono reperire nella categoria "Sessismo giudiziario" su questo blog e sugli altri due (“False accuse” e “Sessismo giudiziario”). Insomma, i fatti parlano da sé, non c'è tanto bisogno di commentare ulteriormente.

giovedì 2 febbraio 2012

No al carcere obbligatorio per chi è in attesa di essere processato per stupro. Insorgono le femministe

La Cassazione ha recepito la sentenza della Corte Costituzionale che abrogava il carcere obbligatorio per gli accusati di violenza sessuale contenuto nel decreto Maroni-Carfagna. Da oggi, chi è imputato in un procedimento per stupro di gruppo (gang rape) potrà godere, qualora lo richiedano i fatti specifici (in pratica, secondo la consuetudine, assenza di gravi evidenze di colpevolezza), di misure cautelari alternative al carcere: arresti domiciliari, divieto di dimora o libertà completa. Il provvedimento rende giustizia a tutti coloro che vengono querelati ma nei confronti dei quali esistono solo prove contraddittorie; per loro, fino ad adesso era obbligatorio il carcere preventivo.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Secondo la Mussolini, che evidentemente non ha ben chiara la differenza tra custodia cautelare e espiazione della pena, «una donna che vede negato il carcere per i suoi carnefici» subirebbe «una seconda violenza». In effetti è proprio sulla confusione e sull'ignoranza della gente che non distingue i due livelli di giudizio che si è basata fino ad oggi la propaganda femminista secondo cui "chi stupra si fa due mesi di carcere e poi è fuori"; la realtà è che è possibile evitare temporaneamente il carcere cautelare ma, se si viene condannati, le pene da scontare dopo il processo sono comunque pesanti. Non ci pare un concetto difficile da comprendere. Eppure la Carfagna, che come si apprende da Wikipedia è laureata con 110 e lode in Giurisprudenza, continua sulla stessa linea affermando che «le aggravanti per i reati di violenza sessuale furono introdotte proprio per evitare lo scempio della condanna senza un giorno di carcere per chi commette un reato grave come questo»; in realtà con la sentenza della Corte Costituzionale le aggravanti, che intervengono in sede di giudizio, non c'entrano una beata minchia. E la Carfagna dovrebbe sapere che per il reato di stupro la pena minima è di cinque anni, per cui in caso di condanna il carcere è assicurato.

Ci dice Rita Guma, Presidente dell'Osservatorio sulla legalità e sui diritti Onlus «varie voci, anche di personaggi considerati autorevoli, si sono sollevate contro la sentenza della Cassazione che, recependo l'istanza della Corte Costituzionale e in particolare quanto disposto all'articolo 3 della Costituzione, ha stabilito che quella in carcere non è l'unica misura cautelare possibile per gli accusati di violenza di gruppo. Si badi bene, la sentenza non dice che chi è riconosciuto colpevole con sentenza definitiva non debba andare in carcere, né che per chi è imputato di tale reato non debba essere disposta alcuna limitazione della libertà, ma solamente che per gli accusati di stupro di gruppo possono essere disposte misure alternative al carcere, quali gli arresti domiciliari; naturalmente se sussistono gravi indizi e il pericolo di inquinamento probatorio, fuga o reiterazione potrà ancora essere disposto il carcere cautelare [...] Per capire la sentenza, occorre immaginare di essere uno dei tanti accusati che ingiustamente sono stati tenuti in prigione prima di essere completamente scagionati (con prove certe, come quella del DNA), visto che spesso le prove nei casi di stupro sono solo testimoniali».

Esempi di mistificazione feminazista e vittimismo li potete trovare qui http://www.giornalettismo.com/archives/195932/chi-stupra-in-branco-non-va-in-carcere-2/ (si noti il titolo altisonante “Chi stupra in branco non va in carcere”) e qui http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/02/02/sentenza-se-stupri-in-branco-ti-tocca-una-vacanza-premio/ (“Sentenza: se stupri in branco ti tocca una vacanza premio!”).

Fonte

Approfondimenti

lunedì 30 gennaio 2012

Già ai domiciliari la maestra d’asilo che faceva mangiare il vomito ai bambini

È già ai domiciliari Laura Papa, la maestra accusata di maltrattamenti sui bambini di un asilo di Anfo; la giudice Maria Paola Borio ha infatti accolto la richiesta della Procura di ammettere la donna al regime degli arresti in casa continua...