Spesso si assiste a fatti di sangue che hanno ripercussioni notevoli sull'opinione pubblica. Omicidi commessi da soggetti affetti da gravi patolgie mentali. Un esempio è quello del ghanese che, nel maggio 2013, ha ucciso tre persone armato di un piccone perchè "sentiva le voci"; è notizia recente quella della condanna in primo grado a 20 anni di reclusione per omicidio volontario. Checché ne dicano molti, si tratta di una sentenza estremamente pesante per un caso simile: il riconoscimento della parziale incapacità di intendere e di volere ha pareggiato le aggravanti riconosciute, portando a una condanna complessiva di 30 anni che, decurtata del terzo previsto dal rito abbreviato, ha prodotto la pena effettivamente erogata. Alla quale si aggiunge, al termine della condanna, un periodo aggiuntivo di detenzione in un ospedale psichiatrico.
Gli OPG, che l'opinione pubblica ritiene essere dei normali ospedali, sono stati oggetto di contestazione per svariati motivi. I principali sono
gli OPG non sono affatto normali ospedali ma veri e propri lager (ad eccezione di un caso, vedi sotto), che non differiscono nella struttura da un normale carcere ma gestiti in maniera tale che i detenuti al loro interno peggiorano rapidamente la propria condizione mentale, a causa di protratti periodi di isolamento in celle fatiscenti e infestate dai topi, di una pressoché inesistente assistenza sanitaria degna di tale nome che colpevolmente viene colmata dall'abuso di psicofarmaci, sedativi e calmanti da parte del personale
la detenzione all'interno dell'OPG può essere protratta virtualmente all'infinito, producendo i cosiddetti "ergastoli bianchi", per cui una persona condannata ad esempio per furto e riconosciuta socialmente pericolosa potrebbe trascorrere all'interno di queste strutture molto più tempo della massima pena prevista per quel genere di reato. Spesso anche tutta la vita, come denunciato dalla cosiddetta inchiesta Marino che si è occupata del caso
per risolvere questo genere di problematiche, il Senato ha approvato una disposizione per cui i ricoveri nelle REMS, salvo casi di "conclamata pericolosità sociale dell’individuo" o laddove le cure non bastino ad evitare il rischio per la comunità, "non potranno protrarsi per una durata superiore al tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso", fatta eccezione per i reati per i quali la legge già stabilisce la pena dell'ergastolo; in quei casi i magistrati dovranno adottare misure "alternative" rispetto agli ospedali psichiatrici giudiziari. Questa disposizione, del resto, recepisce (o meglio, cerca di rafforzare) una legge della Repubblica Italiana che la magistratura ha sempre cercato - con successo, peraltro - di aggirare, ossia la Basaglia: in base a questa normativa del 1978, che si proponeva all'epoca di eliminare la vergogna degli abusi perpetrati nei manicomi civili, nessuno può essere trattenuto in una struttura ospedaliera psichiatrica contro la sua volontà (coercizione sanitaria), fatta ovviamente eccezione per chi deve scontare una pena o per chi deve essere soggetto a misure coercitive personali derivanti dalla commissione di un delitto (coercizione giudiziaria). L'aggiramento si concretizza proprio nell'istituto dell'ergastolo bianco, uno dei tanti istituti illegali creati in maniera unilaterale dalla magistratura, per cui un individuo può essere trattenuto in manicomio per un periodo superiore anche al massimo edittale previsto per il reato commesso.
Paola Di Nicola a un convegno sulle discriminazioni
nei confronti delle donne
Le polemiche non si sono fatte attendere: la giudice Paola Di Nicola, candidata alle elezioni del CSM e appoggiata dalla sua corrente politica (Magistratura Democratica, la corrente cosiddetta di sinistra della magistratura a cui afferiscono il 90% dei suoi appartenenti), ha espresso notevoli preoccupazioni riguardo la disposizione legislativa. Secondo la dottoressa del Tribunale di Roma, che ha recentemente scritto un libro sul ruolo delle donne in magistratura (a suo parere fortemente discriminate "in quanto donne", nonostante a dire il vero la componente femminile in magistratura si avvicini molto al 50% con un turn-over peraltro molto favorevole visto che le nuove leve sono quasi tutte donne) e che ha rilasciato alcune interviste a testate giornalistiche afferenti alla sigla femminista borghese "Se Non Ora Quando", la nuova norma rischia di mettere in circolazione "soggetti ad alta pericolosità sociale che potrebbero finire fuori dal carcere senza che siano state predisposte le necessarie misure sanitarie, sociali e giudiziarie [...] con gravi conseguenze sia per la salute dell’imputato, che per la sicurezza della collettività". In effetti è alquanto curioso sentire questo genere di affermazioni, di ispirazione chiaramente autoritaria, repressiva e securitaria, da un membro di spicco di un'associazione che - a parole - si è sempre espressa a favore dei principi di legalità e di rispetto della persona. La mentalità prevalente all'interno di simili ambienti sembra, piuttosto, quella del malato di mente che, in quanto rifiuto della società e soggetto non in linea con gli standard sociali e estetici stabiliti dalla classe alto borghese, deve essere stoccato a tempo indeterminato in un box 2x2, solamente perché non può essere soppresso immediatamente come i cani randagi. In palese contraddizione con la legge Basaglia, che a prescindere dai diktat e dai decreti di Magistratura Democratica volti ad aggirarla e violarla sistematicamente, è pur sempre una legge dello Stato approvata dal popolo italiano. Non è affatto casuale del resto che la stragrande maggioranza dei "correntocrati", tra cui la Di Nicola, la pensino in questa maniera; basta andare a guardare quanto guadagnano in relazione al lavoro effettivamente svolto.
L'ospedale psichiatrico giudiziario maschile di Aversa
Attualmente l'unica struttura sanitaria giudiziaria che rispetta gli standard previsti per l'accoglienza di persone con turbe psichiche è l'OPG di Castiglione delle Stiviere. Una delle REMS in cui i magistrati dovranno smistare i soggetti precedentemente detenuti negli altri OPG, a meno che non sussistano le succitate eccezioni di conclamata pericolosità sociale. Castiglione delle Stiviere è un locale attrezzato e allestito con ambienti vivibili, confortevoli e alla fine difficilmente distinguibile da una struttura civile; l'unica costrizione dei suoi ospiti è naturalmente quella di non poter abbandonare l'edificio, anche se in effetti l'ambiente è del tutto open e privo di guardie penitenziarie. Insomma, l'esatto opposto degli altri 5 OPG presenti sul territorio, in particolare i famigerati Aversa e Montelupo Fiorentino.
Una stanza della sezione femminile dell'OPG di
Castiglione delle Stiviere
Castiglione delle Stiviere è l'unico OPG femminile d'Italia; come detto, esso si differenzia dagli altri OPG (solo maschili) che invece sono del tutto simili a delle carceri e in cui giornalmente si assiste a sistematiche violazioni dei diritti umani. Tutte le donne colpevoli di reato che vengono riconosciute socialmente pericolose ma incapaci di intendere e di volere vengono ospitate qui; diverse critiche sono state avanzate per via del fatto che in questa maniera molte vengono allontanate eccessivamente dalle loro famiglie, contrariamente ai "maschi" che invece hanno la fortuna di poter essere detenuti più vicino al loro luogo di origine, visto che in Italia di OPG maschili ce ne sono ben 6 (Castiglione compreso). A questo punto, anche per pareggiare la giusta osservazione riguardante il maggior numero di strutture maschili rispetto a quelle femminili, è necessario fare una considerazione abbastanza poco politically-correct sulla estrema facilità con cui le donne ree di delitti vengono riconosciute incapaci di intendere e di volere.
Oltre al caso Kabobo, è notizia di questi giorni quella del rinvio a giudizio del padre di Donatella Zucchi (Francesco Pinca), accusato di favoreggiamento nei confronti della figlia in quanto l'avrebbe aiutata a disfarsi del cadavere del marito. L'uomo, il tossicologo Vincenzo Brunaldi, era stato freddato nel sonno dalla donna, una ex vigilessa, con la sua pistola d'ordinanza; è stata poi la Zucchi a chiamare il padre, chiedendogli di raggiungerla per aiutarla prima a fare acquisti (i due si sono recati al Bricoman per acquistare una brugola, del nastro adesivo, un badile, un cavalletto, un bidone verde con ruote e una mazza da muratore), e poi a gettare nell'immondizia alcuni rifiuti ingombranti, tra cui alcuni sacchi dell'immondizia (contenenti il cadavere di Brunaldi) e un letto. Alle osservazioni del Pinca riguardanti le evidenti macchie presenti sul materasso, la figlia ha risposto che si trattava solo di ruggine; l'uomo è così tornato a casa fermandosi a metà tragitto per smaltire i rifiuti. La Zucchi è stata assolta per totale vizio di mente, e condannata a trascorrere un periodo di cinque anni (eventualmente rimodulabile qualora la pericolosità sociale scemasse nel frattempo) presso l'OPG di Castiglione delle Stiviere.
Vincenzo Brunaldi e Donatella Zucchi
Tutte le perizie effettuate, comprese quelle della Procura, hanno stabilito la non imputabilità per incapacità di intendere e di volere. Secondo gli "esperti", la donna non è penalmente perseguibile a causa di un disturbo paranoide, che l'ha portata a ritenere che il marito volesse rovinarla o addirittura ucciderla. Neanche il tentativo di occultamento del cadavere e delle prove, pianificato con estrema lucidità e assenza di qualsivoglia scrupolo di coscienza, contraddirebbe questa tesi, tant'è che un perito parla chiaramente di "lucida follia". Eppure, un omicidio commesso a sangue freddo e le procedure organizzate per sviare le indagini e allontanare da sé i sospetti dovrebbero essere largamente sufficienti a escludere la "incapacità di intendere e di volere", che può manifestarsi solo quando la mente è talmente obnubilata dalla malattia da impedire al soggetto di svolgere qualsiasi attività che richieda anche una minima coordinazione mentale razionale. Stati mentali (anche patologici) quali la paranoia, la rabbia, la frustrazione e così via non possono certo rappresentare delle cause valide per sancire l'incapacità di intendere e di volere; se così fosse, la stragrande maggioranza degli assassini, dei pedofili, degli stupratori seriali dovrebbero essere considerati non imputabili. Il problema è che nessun perito si sognerebbe mai, per motivi di political correcteness, di riconoscere una scappatoia simile a un pedofilo (che è quasi sempre un malato di mente) o a un violentatore; non l'hanno fatto per Kabobo, che fino a prova contraria non aveva alcun movente per prendere a picconate alcuni passanti selezionati a caso e non ha certo provato a sviare le indagini, figuriamoci. Questo a dimostrazione del fatto che la malattia mentale, di per sé, non è assolutamente sufficiente a implicare la non responsabilità penale, come giusto che sia. Ma se Kabobo è imputabile e responsabile delle proprie azioni, perché non dovrebbe esserlo una che ha ucciso il marito per astio o odio, pianificando l'assassinio e l'occultamento del cadavere nei minimi dettagli?
La cosiddetta scienza psichiatrica è ben lungi dall'essere una scienza univoca e rigorosa. Anzi, forse sarebbe meglio dire che ha ben poco a che fare con il metodo scientifico. Il margine di discrezionalità è tale che lo psichiatra può tranquillamente permettersi di orientare la propria perizia in funzione del risultato che vuole ottenere sin dall'inizio. Generalmente questo comporta che nessun esperto stilerà mai una perizia favorevole a un soggetto gravato da un pesante stigma socio-culturale (un pedofilo, uno stupratore, un femminicida); nel caso invece di soggetti che si ritiene debbano essere protetti e esonerati dalle loro responsabilità in quanto genericamente percepiti come vittime, invece, la dichiarazione di non imputabilità sembra quasi che sia un atto dovuto. Un immigrato irregolare non è visto come vittima di un contesto culturale "xenofobo"; una donna al contrario è quasi sempre percepita come vittima di un contesto "patriarcale". Questo spiega la differenza di trattamento tra malati psichiatrici di sesso diverso; spiega le palesi differenze di condanna a parità di reato commesso; spiega le ingiustizie a danno dei padri separati nella giustizia civile; spiega i concorsi pubblici truccati della magistratura a favore di candidate legate ai commissari da "legami affettivi", le quote rosa forzate, gli incentivi all'imprenditoria femminile e tutto il resto.
Avevano tenuto incatenato e senza né cibo né acqua, per 48 lunghe ore, il loro cane, un incrocio tra un mastino e un dogo canario maschio di 31 chili; due lesbiche, Hayley Sulley e Della Woods, sono state così condannate a 12 mesi di reclusione per maltrattamento di animale da una corte di Liverpool, nel Regno Unito. La pena massima prevista per questo genere di reato è di due anni; il giudice ha deciso di dimezzare il periodo perché ha ritenuto "meritevoli" le due imputate, che verosimilmente sconteranno solo 6 mesi in un carcere femminile aperto.
Il carcere femminile di Askham Grange nello Yorkshire,
recentemente chiuso perché obbligava le detenute a
scontare la pena troppo lontano da casa; il nuovo programma
del ministero prevede, limitatamente alle sole donne, la
sostituzione della detenzione (considerata eccessivamente
dura) con programmi di reinserimento sociale. L'economista
Vicky Pryce, che ha scontato 60 giorni a Askham Grange per una
vicenda di false dichiarazioni, ha recentemente dichiarato che
le donne detenute "sono in carcere per colpa dei maschi" (anche
cani)
La cosa sconcertante è il fatto che le due donne abbiano evitato completamente un'imputazione per omicidio colposo: l'animale infatti, stremato dalla fame e dalla sete, è riuscito a liberarsi dalle catene entrando in un'abitazione vicina all'interno della quale Clifford Clake, 79 anni, stava preparando la cena. L'uomo è stato letteralmente sbranato; alcune parti del suo cadavere sarebbero state poi addirittura divorate dal mastino affamato, come accertato da una successiva autopsia. Il cane si sarebbe anche nutrito di semi per canarini e abbeverato da un portacenere pieno di acqua piovana e mozziconi di sigaretta prima di essere abbattuto dagli agenti di polizia intervenuti sul posto. Uno di essi ha dichiarato, a proposito di quello che rimaneva del cadavere, di non aver "mai visto niente di così truculento in vita sua".
Hayley Sulley e Della Woods sono due lesbiche conviventi assieme a due figli rispettivamente di sette e otto anni; oltre alla "pena detentiva", la coppia non potrà più possedere cani.
Domiciliari confermati per un'agente immobiliare di 37 anni, Roberta Bordone, accusata di tentato omicidio nei confronti del compagno, il noto gioielliere savonese Alberto Dupanloup. La donna, a seguito di una violenta lite scoppiata tra i due per motivi di gelosia, ha afferrato un coltello da cucina e colpito il commerciante al braccio e al torace, tanto da raggiungere il polmone. L'uomo è attualmente ricoverato al San Paolo di Savona, ma non sarebbe in pericolo di vita e le sue condizioni sono stabili.
La Bordone, inizialmente arrestata dai Carabinieri e sottoposta ai domiciliari a casa dei suoi genitori su disposizione della pm Chiara Venturi (provvedimento alquanto singolare, visto che generalmente in caso di accoltellamento la Procura dispone il carcere per motivi di sicurezza), è assistita dall'avvocato Marco Iovine. La Procuratrice ha già dato disposizione di svolgere una perizia per valutare l'ipotesi di derubricare l'accusa da tentato omicidio a normali lesioni (anche il fatto che la Procura cerchi in tutti i modi di alleggerire le accuse a carico di un imputato è abbastanza curioso).
Il gip Fiorenza Giorgi, che ha confermato i domiciliari per l'accoltellatrice, ha alle spalle un'esperienza di giudice tutelare e si occupa di misure giudiziarie a tutela delle cosiddette "fasce deboli". Proprio un mese fa, confermando il carcere per un uomo accusato di aver schiaffeggiato la moglie (poi dimessa con una prognosi di 2 giorni), aveva dichiarato
Le violenze subite vanno denunciate. In questo Paese non si può accettare che un marito picchi la moglie. Le donne devono imparare a fare gruppo come fanno gli uomini e così facendo impareranno a farsi rispettare, ma soprattutto devono avere il coraggio di denunciare. Non devono avere paura: appena vengono picchiate una prima volta, devono rivolgersi alle forze dell’ordine
il blog Violenza di Genere concorda con le parole della giudice Giorgi, ma fa anche osservare che le donne hanno già imparato, sicuramente, a fare gruppo. Ad esempio quando una giudice istruttrice e una Procuratrice della Repubblica devono occuparsi di valutare le misure cautelari da applicare a una loro sodale accusata di tentato omicidio, come l'esempio sopra riportato ci dimostra; nel qual caso forse più che di "gruppo" sarebbe più corretto parlare di lobby.
Qualche
giorno fa, la nota ONG Amnesty International ha lanciato una raccolta
fondi a favore delle donne. Donne che lottano per i loro diritti, che
vengono imprigionate, condannate, torturate, fatte tacere «perché donne»:
tra loro, vengono citate l'avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh e altre
tre dissidenti, una siriana, una egiziana e l'altra saudita. La
campagna Io sono la voce ha avuto moltissime adesioni e la cifra accumulata al momento sfiora i 25mila euro (l'altro ieri era a 13mila). Testimonial di eccezione, come si apprende da qui, è Alessandro Gassman, del quale possono essere reperiti alcuni interventi a favore del genere femminile sul sito di Antifeminist
Nella mia terza età vorrei diventare semplicemente un uomo oggetto e
occuparmi dell’intrattenimento di meravigliose creature. Sugli uomini
condivido il pensiero di mio padre. Se il mondo fosse governato dalle
donne oggi ci troveremmo in una situazione migliore. Le ritengo
superiori ai maschi in tutto. Tranne in una cosa: noi siamo più bravi a
raccontare fiabe, ci sappiamo fare con il lato ludico in generale
Sono più sagge, più determinate, più coraggiose, anche più lucide di noi
uomini. Papà lo ripeteva sempre e aveva ragione: sono meglio in tutto,
tranne che in una cosa. Loro non sanno scrivere e raccontare le favole.
Lasciamo a noi uomini il ruolo dei pagliacci e consegniamo alle donne il
compito di governare, di guidare. Sarebbe davvero straordinario. A loro
il timone, a noi l’intrattenimento
Amnesty
da sempre è in prima linea per quanto riguarda la difesa dei diritti
delle donne, a volte a ragione ma sovente alquanto a sproposito, tanto
da far sospettare che il suo interesse non sia tanto quello di difendere
generici e nobili principi di uguaglianza e giustizia sociale quanto
salvaguardare i "privilegi di qualcuno". Partiamo ad esempio da una
questione che riguarda da vicino la tutela delle donne, ossia il
fenomeno della violenza sessuale. Si tratta certamente di una piaga del
nostro tempo, un meschino atto di rivalsa nei confronti di chi si trova
in condizioni di inferiorità fisica e non può difendersi; sul blog
delle Pari Opportunità si parla spesso di questo problema, anche se
naturalmente si insiste soprattutto su aspetti che in genere vengono
trascurati dalla stampa mainstream.
Relativamente a quanto andremo a esporre, sarebbe importante che il
lettore provasse un attimo a liberarsi da pregiudizi e stereotipi come
quello di immaginarsi lo stupro necessariamente come un atto sanguinario
di sottomissione, violenza fisica e disintegrazione psicologica: questa
in effetti è la schematizzazione mentale tipicamente associata a tale
concetto e derivante dal fatto che, in origine, esso era inteso
esattamente in quella maniera. Con il tempo tuttavia, il termine ha
abbracciato per analogia una varietà immensa di significati e
connotazioni diverse tanto da essere, come cercheremo di argomentare più
avanti, del tutto snaturato. Molte organizzazioni, tra cui quelle
giuridiche, al giorno d'oggi usano la parola "stupro" per designare
determinate condotte che con l'immagine culturale da essa trasportata
(evocativa di esperienze drammatiche e fomentatrice di rabbia e sdegno
nel cuore dei "non addetti ai lavori") non hanno, oggettivamente, niente
a che fare.
Amnesty
lamenta il basso tasso di condanne per violenza sessuale che vengono
comminate in Svezia, come del resto in altri Stati: su un certo numero
di uomini rinviati a giudizio per stupro, solo pochi vengono condannati.
La sedicente organizzazione per la difesa dei diritti umani attribuisce questo fatto a «norme di genere profondamente radicate nella
cultura patriarcale del paese», sostenendo che in definitiva i
violentatori svedesi «godono dell'impunità». Questi sono ragionamenti
che vi avevamo già documentato, e pongono il loro fondamento nell'assunto secondo cui
un
maschio accusato da una donna di violenza è sempre colpevole, e se
viene assolto in tribunale è solo perché non ci sono prove per
inchiodarlo
è molto interessante notare che in questa maniera Amnesty si professa, de facto,
sostenitrice del principio della presunzione di colpevolezza,
demonizzando l'istituto del processo penale che sarebbe, sulla base di
questa interpretazione, totalmente inutile e anzi dannoso perché
fornirebbe garanzie a persone che sono colpevoli a priori; sarebbe in
sostanza una sorta di adesione al metodo Forno basata sulla concentrazione del potere giudiziario nelle mani delle Procure, delle organizzazioni pedocriminali che li controllano e dei centri antiviolenza
che spingono, o addirittura obbligano, le donne a denunciare a
prescindere dall'esistenza di reali abusi. Implicitamente si richiede in
questa maniera l'istituzione della condanna senza appello per gli
accusati di stupro, dell'arresto preventivo come punizione, della marchiatura a fuoco
sulla base di fatti non dimostrabili in sede legale ma valevoli nell'ottica
secondo cui "la donna che accusa ha sempre ragione". Del resto, come si
apprende frequentando questi ambienti, un procedimento a difesa di un
indagato per violenza sessuale finalizzato a verificare la consistenza
della versione fornita dall'accusatrice (versione che nella stragrande
maggioranza dei casi costituisce l'unica prova del presunto stupro ma
che, come abbiamo più volte puntualizzato,
è sufficiente a produrre una sentenza di colpevolezza qualora
l'imputato non riesca a dimostrarne l'infondatezza) sarebbe da
interpretarsi come un "processo alla vittima" o come un "secondo stupro", un osare mettere in dubbio la sua parola, un tentativo di far
emergere eventuali contraddizioni e menzogne che invece dovrebbero
rimanere segrete. Il fatto stesso di garantire a queste persone la
possibilità di difendersi, di portare prove a loro credito e di poter
essere giudicate in un contesto non inquinato dai pregiudizi che
inevitabilmente sorgono quando si ascolta una sola campana, sarebbe
sintomo di una mentalità patriarcale che "condanna le vittime". Insomma,
secondo Amnesty gli uomini prosciolti da accuse di stupro alla fine non
sono altro che violentatori rimasti impuniti.
La
realtà tuttavia è che il proscioglimento da un'accusa di violenza
sessuale richiede molto spesso che l'indagato riesca a dimostrare al di là di ogni
ragionevole dubbio la propria innocenza: se si escludono le condanne
derivanti da prove oggettive e dimostrabili, quali referti medici
attestanti lesioni o testimonianze di terzi, tutte le sentenze di
colpevolezza derivano dal fatto che l'imputato ha fallito nel convincere
la corte della propria estraneità alle accuse. Un esempio è la vicenda di Brian Banks,
la cui condanna è stata ribaltata non appena l'unico elemento
probatorio che lo inchiodava, cioè la parola della sua accusatrice, è
stato sconfessato da una "ritrattazione" catturata da una videocamera
nascosta. Questo dimostra, al di là di tutte le mistificazioni
provenienti da associazioni quali Amnesty o WAR, che chi viene
scagionato da un'imputazione per stupro è sicuramente innocente (almeno
in relazione allo specifico fatto contestato), mentre tra chi viene
condannato esiste un sommerso, difficilmente quantificabile, di
innocenti che scontano ingiustamente una pena detentiva. Questo
ovviamente è anche quello che avviene in Svezia, paese all'avanguardia
per quanto concerne la persecuzione del sesso maschile.
Come si apprende da varie fonti,
in Svezia esistono svariati provvedimenti che i procuratori possono adottare contro i sospettati di violenza sessuale. Innanzitutto,
chiunque ricada in questa sfortunata categoria può essere sottoposto a
detenzione, in isolamento 24 ore su 24 e in regime di totale incommunicado,
senza la necessità che vengano depositate accuse formali, per un
periodo di tempo virtualmente illimitato. Questo è quello che rischia
Assange, per il quale è stato spiccato un mandato di arresto a seguito
di alcune accuse che due femministe svedesi gli hanno rivolto: nello
specifico, il capo di imputazione (attualmente non ancora formalizzato)
sarebbe quello di "sesso a sorpresa", una particolare forma di "violenza
sessuale" che si concretizza quando il rapporto, inizialmente
consensuale, si tramuta in un possibile abuso ad esempio perché la donna
si addormenta durante il coito oppure il preservativo si rompe e il partner
non si accorge di questo fatto. In entrambi i casi (che poi sono le
accuse specifiche che gravano su Assange, anche se non si è ancora ben
capito se questo preservativo si sia rotto accidentalmente o non sia
stato addirittura manomesso prima della penetrazione, cosa che in teoria
potrebbe anche far scattare l'ipotesi di "stupro aggravato") si configura
secondo la giustizia del paese una condotta criminosa in quanto l'uomo
fallisce nel recepire una mutata condizione che potrebbe far supporre un
mancato consenso da parte della compagna. Ricordiamo che per queste
imputazioni Assange è stato oggetto di un mandato di arresto
internazionale, incarcerato in Gran Bretagna e poi costretto, dopo la
concessione della libertà vigilata, a una sorta di confino politico
all'interno dell'ambasciata dell'Ecuador in cui si è rifugiato e si
trova tuttora, impossibilitato ad uscirne in quanto riconosciuto idoneo
all'estradizione in Svezia. Al momento l'esecuzione del provvedimento
non è possibile solo perché nessuna forza nazionale può "assaltare"
un'ambasciata estera, ma naturalmente se l'informatico australiano
dovesse mai mettere piede fuori dall'edificio diplomatico sarebbe
immediatamente arrestato e tradotto nel paese scandinavo in cui rischia
una pesante condanna. Il timore principale di Assange è tuttavia quello
di venire successivamente estradato negli Stati Uniti, dove è
accusato di spionaggio insieme a Bradley Manning (da diverso tempo
detenuto in isolamento) e rischia la pena di morte. In questo contesto
emerge brillantemente Amnesty, che propone una soluzione a questo impasse:
secondo l'associazione, la Svezia si dovrebbe impegnare a non
trasferire l'uomo negli USA una volta scontata la condanna per "stupro".
In questa maniera, si garantirebbe il diritto di Assange a non essere
ammazzato per aver rivelato le magagne americane e nel contempo si
riconoscerebbe "giustizia" alle femministe che lo hanno accusato
È fondamentale che gli stati dimostrino di fare sul serio quando hanno a
che fare con denunce di violenza sessuale, rispettando sia i diritti delle
donne che chiedono tutela sia quelli delle persone accusate
conclude il comunicato.
Anna Ardin, una delle "vittime" di Assange (la bella addormentata, per
la precisione), è salita agli onori della cronaca in quanto autrice di
un manuale intitolato Guida alla vendetta contro il partner, pubblicato sul web prima di essere rimosso in concomitanza del deposito della denuncia (alcuni siti tuttavia sono riusciti a salvarne una copia): essa è scaturita non appena le due donne hanno saputo l'una dall'altra di aver avuto rapporti con il fondatore di Wikileaks.
La Ardin, femminista radicale da quando era all'università, è stata
ragguagliata sulla possibilità di sporgere la querela da una sua amica
poliziotta (secondo alcuni anche amante), la stessa che poi ha prodotto
il verbale trasmesso alla procuratrice di Stoccolma. «È ora di
sgonfiare quel pallone gonfiato ed esageratamente osannato di Julian
Assange» aveva poi dichiarato
l'agente sulla sua pagina Facebook. Data la natura delle imputazioni, è
evidente che il castello inquisitorio non può che fondarsi
esclusivamente sulla parola delle parti lese: ma come per l'appunto
dicevamo prima, questo non è importante perché alla fine l'onere della
prova spetta all'indagato. Le due donne sono assistite da Claes
Borgstrom, una specie di "avvocato dei sessi" che sostiene una campagna
finalizzata a estendere ulteriormente la fattispecie legale dello stupro
e ad assicurare di conseguenza più "stupratori" alla giustizia;
evidentemente riconoscere come reato il "sesso a sorpresa" o il "sesso
supplicato" (come si apprende da Femminismo a Sud, quel crimine che compie l'uomo quando riesce ad ottenere sesso dalla partner
solo dopo averla pregata insistentemente, compiendo così una sorta di
sottile costrizione psicologica) non è più sufficiente a contrastare
l'ondata di violenza sulle donne che attanaglia il paese e che la «cultura patriarcale» non è certo in grado di arginare.
La
femminista svedese Helene Bergman, la stessa che negli anni '60 aveva
coordinato le contestazioni delle donne che chiedevano un maggior
riconoscimento dei loro diritti, è stata costretta ora a riconoscere
l'eccessivo imbarbarimento di quello che con il tempo è diventato un politically correct «femminismo di Stato»:
la tendenza a riconoscere la donna come «vittima di default» da parte
delle istituzioni e la relativa condanna, senza processo né appello,
della controparte di sesso maschile da parte della stampa e
dell'opinione pubblica (tutti i media svedesi, come del resto svariate
altre testate occidentali come il Guardian e il NYTimes, hanno fatto
fronte comune nel dichiarare Assange come un «pericoloso stupratore
rimasto in libertà e da assicurare al più presto alle patrie galere»),
costituisce la conferma più lampante del fatto che ciò che inizialmente
si configurava come uno «strumento di liberazione» sia degenerato in un
mezzo «per far carriera, soprattutto in politica, nel servizio civile e
nel sistema giudiziario». Il problema, amplificato ad arte da televisioni e
giornali che sempre secondo la Bergman ormai si pongono solo l'obiettivo di
«educare la popolazione piuttosto che tenere il potere sotto controllo»,
della violenza e della discriminazione contro le donne ormai è
diventato l'arma più potente per penetrare la sensibilità delle persone
comuni e carpirne i consensi. Questo punto debole della società
occidentale, questa falla nelle capacità razionali e di critica dei
popoli che hanno vissuto il femminismo finendo per esserne travolti, è
proprio lo spiraglio che usano associazioni come Amnesty International
per fomentare lo sdegno nei confronti di quei paesi che in qualche
maniera osano rifiutare la dottrina e il modello svedese, e la rivolta
dei popoli contro i relativi governi. Rivolta che potrebbe tuttavia
avere diversi fini, non solo di natura politica e ideologica ma anche
economica.
Vi avevamo già parlato di Julija Tymošenko:
la ex premier ucraina è stata recentemente condannata per aver
finanziato indebitamente attraverso le casse pubbliche la compagnia
Gazprom, che controlla una buona fetta delle fonti di gas naturale
all'interno del suolo russo. La vicenda riguardava la costruzione di
gasdotti e centrali che consentissero lo sfruttamento a fini energetici
di queste risorse: l'accusa contestava il fatto che l'entità della spesa
non era giustificata, cioè che il finanziamento danneggiava lo stato
ucraino a vantaggio della Gazprom. Società che, attraverso una complessa
catena di partecipazioni (sempre secondo l'accusa), faceva affluire
quote in alcuni fondi di proprietà della stessa Tymošenko; nel nostro
ordinamento, il reato contestato prende il nome di peculato (lo stesso
di cui sono attualmente indagati Lusi e Fiorito). Come dicevamo, la
sentenza è stata pesantemente contestata da parte di svariate
organizzazioni anche governative come la UE, che non hanno tardato a
definire la sentenza come politica: secondo questi osservatori, il
procedimento sarebbe stato orchestrato per tagliare fuori dalle elezioni
il principale avversario dell'attuale presidente Viktor Janukovyč.
Amnesty chiedeva il rilascio immediato e incondizionato della Tymošenko e
l'archiviazione di tutte le imputazioni a suo carico, adducendo la
medesima motivazione; anche il collettivo femminista ucraino Femen (lo
stesso che tempo fa ha promosso una manifestazione contro il proscioglimento di Dominique Strauss-Kahn
dall'accusa di stupro mossagli contro da una cameriera durante un suo
soggiorno negli Stati Uniti e, secondo diversi opinionisti, manovrata
con il fine di espellere l'ex presidente del FMI dalla corsa all'Eliseo)
ha preso parte alle proteste per la liberazione della "lady di ferro". Il gruppo di contestatrici qualche mese fa è salito agli onori della cronaca per aver distrutto un monumento in memoria delle vittime dello stalinismo situato nel centro di Kiev: la leader del movimento, Inna Shevchenko, ha abbattuto una croce di Cristo morente usando una motosega
la sceneggiata è stata organizzata per dimostrare solidarietà nei confronti del gruppo feminist punk
russo denominato Pussy Riot, del quale come ben saprete sono state recentemente
condannate due esponenti a seguito di un concerto, giudicato blasfemo e
di incitazione all'odio religioso, organizzato all'interno della più
importante cattedrale di Mosca: cinque musicanti incappucciate si sono intrufolate nella chiesa di Cristo Salvatore per intonare un motivetto di discutibile valore artistico accompagnato da liriche banali e scontate che non vale proprio la pena riportare, a parte forse il passaggio in cui il capo della Chiesa Ortodossa viene definito puttana (questo è il video dello spettacolo con i sottotitoli in inglese). Anche per loro, Amnesty si è mobilitata
chiedendo alle autorità russe il rilascio immediato e incondizionato
delle tre componenti arrestate, e l'archiviazione di tutte le
imputazioni a loro carico. La motivazione addotta, di nuovo supportata
dalle medesime associazioni di cui si parlava prima, è che il
procedimento penale fosse stato montato per ragioni di natura prettamente politica,
ossia in qualche modo per "onorare" il presidente in carica Vladimir
Putin che in effetti è stato coinvolto esplicitamente nella "preghiera punk" (il cui ritornello scandiva le parole Vergine Maria, manda via Putin) e nel contempo zittire uno scomodo avversario. Le Pussy Riot non godevano di alcuna visibilità né nel panorama culturale locale né tantomeno nella scena istituzionale russa,
tant'è che erano praticamente sconosciute anche in ambito strettamente musicale;
l'unico evento degno di nota e documentato antecedente al vilipendio
della chiesa moscovita riguarda la leader del movimento, Nadezhda
Tolokonnikova (una studentessa di filosofia 22enne), che come partecipante del collettivo Voina aveva condotto
una manifestazione sempre contro Putin ma che non aveva prodotto alcuna
conseguenza né amministrativa né penale. A seguito della vicenda che le
ha fatte salire alla ribalta, la stampa occidentale ha costruito un
imponente apparato di opinione che accusava il presidente del Cremlino
di aver pilotato le procedure legali contro le tre donne imputate,
secondo alcuni per motivi di convenienza politica mentre secondo altri (diciamo
un po' più "realisticamente") o per ottenere "vendetta" nei confronti
di chi lo aveva insultato o per "intimorire" il popolo e prevenire così
nuove contestazioni contro il governo. Ragionevolmente per cercare di
difendersi da questa campagna mediatica particolarmente aggressiva, Putin aveva pubblicamente lanciato un appello
affinché le Pussy Riot venissero trattate con clemenza: questo si può
spiegare assumendo una presa di consapevolezza del fatto che
un'eventuale sentenza di colpevolezza nei confronti delle manifestanti e la relativa amplificazione strumentale da parte
della stampa non avrebbero giovato alla sua reputazione e alla
possibilità di essere nuovamente rieletto. La condanna di due delle tre
contestatrici in passamontagna potrebbe stare a significare che
probabilmente i tribunali russi non "obbediscono" al presidente come
alcuni vorrebbero far credere; quel che è certo è che Putin, con le sue
politiche protezioniste, è malvisto dalle multinazionali occidentali che
tuttora chiedono una maggiore partecipazione in diverse società russe,
tra cui guardacaso Gazprom. È noto del resto che alcune agenzie americane, ad
esempio la Usaid, abbiano finanziato ONG russe come Golos che hanno poi accusato Putin di essere stato eletto solo grazie a brogli elettorali.
La
vicenda delle Pussy Riot è stata pubblicizzata da Amnesty International
attraverso un'intensa campagna mirata a denunciare la repressione del
dissenso in Russia e sottolineare che il gesto delle artiste "si
configurava come una legittima espressione del proprio pensiero": preso
atto di ciò, è ben strano che la stessa organizzazione non si sia
minimamente occupata dell'arresto di un 27enne greco accusato di aver
diffuso in rete alcune immagini blasfeme
di un monaco ortodosso, Elder Paisios, piuttosto noto nel paese ellenico. Si trattava per la precisione di
alcuni fotomontaggi in cui il religioso veniva rappresentato in
abbinamento a un piatto di lasagne, che in Grecia prendono per l'appunto
il nome di Pastitsios. L'uomo si trova tuttora in carcere in attesa di
giudizio, ma nessun comunicato in suo favore è mai stato emesso dalla
ONG per i diritti umani. Ma del resto, le Pussy Riot sono state punite «perché donne»,
mentre questo qui probabilmente merita la pena perché è un maschio come
lo stupratore Assange o tutti quelli che sono stati (erroneamente, of course)
assolti in un processo per violenza sessuale. In effetti, nel caso di
persone di sesso maschile la pubblicizzazione da parte di Amnesty delle petizioni è
meno che scarsa, e generalmente verte su generiche pretese
svogliatamente replicate attraverso copia-incolla quali il
«salvaguardare la detenzione o il
benessere fisico e psicologico delle persone sottoposte a custodia» (vedi esempio). Niente a che fare con la campagna promossa a favore della Sotoudeh, della Tymošenko, delle Pussy Riot, di Sarah Shourd, di Aung San Suu Kyi (e naturalmente non anche tutti gli altri detenuti
politici birmani, colpevoli di essere portatori di membro e dunque non
degni di considerazione) e di qualche altra, tra cui Sakineh Mohammadi Ashtiani.
Come
certamente ricorderete, il caso Sakineh ha suscitato molto scalpore
tempo fa: la notizia riguardava una donna iraniana accusata di adulterio
e per questo condannata alla lapidazione. Solo dopo qualche tempo si è
scoperto, attraverso canali che purtroppo non hanno avuto una
altrettanto forte eco mediatica, che la storia è stata piazzata ad hoc
da un anti-islamico francese, Bernard-Henry Lévy (membro di una frangia
estremista che diverse volte si è contraddistinta per la diffusione di notizie false finalizzate a diffamare la cultura musulmana), e amplificata da Nicolas Sarkozy, dalla ex premier dame
Carla Bruni e da Hillary Clinton sul fronte americano. In realtà, come
hanno fatto sapere le autorità iraniane, la donna è stata condannata
solo per aver preso parte all'assassino del marito,
da lei drogato con lo scopo di semplificare l'opera all'esecutore
materiale del crimine, l'uomo con il quale la Ashtiani avrebbe
intrattenuto la relazione extraconiugale che ha poi portato all'ipotesi
di adulterio. I giudici hanno emesso nei confronti dei due una sentenza
di morte, tramite impiccagione, per il reato di omicidio volontario. Il giornalista Thierry Meyssan
fa notare che in effetti provare l'accusa di adulterio è estremamente
difficile: secondo la legge iraniana, per suffragare una simile
imputazione sono necessari quattro testimoni che abbiano assistito,
contemporaneamente, ad un qualche atto fedifrago. A conferma di ciò,
parlano gli atti della Procura in cui non si fa alcun riferimento alla
tresca. Non è certo se, qualora si riesca a dimostrare un avvenuto
adulterio, sia prevista o meno la lapidazione: Meyssan sostiene che
questo genere di pena era in vigore sotto lo scià ma che è poi stata
abolita con la Rivoluzione Islamica. Altre fonti affermano che l'Iran si
sta comunque apprestando a vietarla, impedendo così ai giudici (che
godono di un ampio margine di discrezionalità nell'irrogazione delle
punizioni) di applicarla in maniera arbitraria; sempre secondo queste
fonti, già nel 2002 il capo del potere giudiziario aveva emesso
un'ordinanza in cui invitava i magistrati a sospendere le esecuzioni per
lapidazione. Non si trattava di una disposizione vincolante, e da
allora alcune organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato una
decina scarsa di persone lapidate. Quel che è certo tuttavia, è che
Sakineh non sarà sottoposta al medesimo trattamento: tra le altre cose,
l'ANSA riporta
che l'impiccagione a cui era stata condannata è stata convertita dalla
Corte Suprema in una sentenza a 10 anni di reclusione. Per la donna,
Amnesty aveva richiesto il rilascio incondizionato e l'archiviazione di
tutte le accuse a suo carico, sostenendo il suo status di «prigioniera di coscienza».
Vorremmo analizzare alcuni casi di omicidio occorsi negli ultimi mesi.
C'è il caso di Maryana Kaminska, la ventenne condannata a 4 anni (16 aprile 2012) per aver ammazzato il fidanzato con un colpo di coltello al cuore; secondo la Procura il gesto sarebbe stato di natura difensiva, perché la coltellata non è stata inferta dall'alto verso il basso ma seguendo una traiettoria orizzontale, come se il coltello, testuali parole della perizia, fosse stato usato come scudo difensivo contro il fidanzato violento (fonte). Ed è proprio per questa magnanimità degli inquirenti che la signorina è stata liberata dopo tre settimane di arresto preventivo; ora si trova tranquillamente a casa, perché si sa condanne sotto i 4 anni non si scontano, al massimo c'è l'affidamento in prova ai servizi sociali. Si rilevano in questo caso due costanti spesso presenti in questo genere di avvenimenti: l'uso di un'arma da taglio come strumento di difesa, e la puntuale criminalizzazione della vittima maschile, che essendo deceduta non può difendere la propria onorabilità.
Citiamo (10 maggio 2012) poi la condanna a 10 mesi per concorso in omicidio (mesi, non anni, nessun errore di battitura: sembra incredibile ma è così) di Stefania Citterio, della quale vi avevamo già parlato. Il fratello naturalmente non essendo vaginadotato è stato condannato a 14 anni; lui andrà a far compagnia a quell'altro che era stato punito con 16 anni in rito abbreviato. Non si conoscono le motivazioni della sentenza, ma la Siciliano, pm dell'inchiesta, ha rilevato "lo straordinario equilibrio manifestato dal tribunale in un processo molto difficile" (anche perché caratterizzato da un clima di omertà da parte dei testimoni, intimoriti dalle minacce inflitte dal Ciavarella e dalla stessa Citterio prima dei rispettivi arresti). L'assassina è stata così liberata anche dagli arresti domiciliari a cui era stata sottoposta in precedenza. Ringraziamo la stampa quantomeno per non aver criminalizzato il povero tassista rimasto ucciso (ma questo forse perché nell'omicidio erano coinvolte due persone di sesso maschile che andavano assolutamente messe alla gogna).
Infine, dulcis in fundo (17 maggio 2012), l'assoluzione della criminale anonima che ha ucciso il marito dopo avergli stretto i testicoli e sfondato l'intestino con un tubo di marmo. Per lei niente carcere, solo un'imputazione per omicidio preterintenzionale in quanto secondo i Carabinieri non può inquinare le prove. Anche qui si rileva la criminalizzazione dell'elemento di sesso maschile: "si era trasformato in un’altra persona [...] rientrava a casa ubriaco [...] aveva tradito la moglie con una prostituta".
Per le vaginate di giugno, si consulti il topic che abbiamo aperto sul nostro forum.
Toano, 23 febbraio 2012 — Aveva accoltellato il marito alle spalle, ha raccontato al giudice che lui si era ferito da solo e ora è ai domiciliari continua...
Sebbene la notizia sia un po’ datata, abbiamo deciso di pubblicarla ugualmente in quanto apparsa tre giorni fa sul nostro omologo anglosassone, The False Rape Society
Dublino (Irlanda), 6 febbraio 2009 — Un uomo e la sua ex ragazza sono stati condannati per l’omicidio di un giovane nigeriano. Il 26enne Joseph Sullivan aveva assoldato un killer dopo che la 18enne Carol Craig gli aveva riferito di essere stata violentata nell’appartamento di Sumbo Owoiya (18); in realtà lo stupro non era mai avvenuto. Owoiya è stato freddato nella sua abitazione (The Court, Dunboyne Castle, Dunboyne, Co Meath) da un sicario, che non è mai stato catturato; Sullivan e Craig sono stati invece rinviati a giudizio e dichiarati colpevoli in quanto mandanti dell’assassinio.
La 18enne aveva detto all’allora fidanzato di essere stata violentata proprio nell’appartamento del nigeriano che è stato poi ucciso. Sullivan si è per questo messo in contatto con un uomo allo scopo di “scovare” il colpevole dell’aggressione. John Aylmer, della procura distrettuale, ha dichiarato che il terzo componente della banda era armato e che ha sparato ad Owoiya dopo che questi si era affacciato alla porta di ingresso.
Sullivan è stato condannato per concorso morale in omicidio a sette anni di carcere; la pena non è stata sospesa. Il giudice ha deciso però di sospendere per intero la sentenza a tre anni e mezzo inflitta alla Craig; sembra che alla base della decisione vi sia stata l’esibizione del ben noto vagina pass.
Oltre alla notizia che avevamo pubblicato ieri, quella della coppia di Fidenza che ha cercato di assoldare un killer per far fuori una 66enne e che ha portato l'uomo in carcere e la donna ai domiciliari (leggi l'articolo), vorremmo pubblicare due fatti di oggi riguardanti sempre il reato di tentato omicidio. Il primo riguarda l'arresto di un palermitano, Giuseppe Trapani, che ha fatto irruzione nell'abitazione di alcuni suoi congiunti con una motosega minacciando di morte tutti i presenti, ma che fortunatamente non ha prodotto alcun danno oltre alla porta squarciata; lui è finito nel carcere dell'Ucciardone di Palermo. Il secondo è quello di una 55enne ucraina, rimasta anonima a differenza del Trapani, che ha cercato di soffocare con un cuscino il marito 75enne che stava dormendo; il fatto è avvenuto a Tremestieri Etneo, in provincia di Catania, e ha portato la donna agli arresti domiciliari presso l'abitazione di un parente. Continua così ad essere verificata la tesi, già teorizzata altrove, secondo cui l'Autorità Giudiziaria applica sistematicamente il regime del carcere per gli uomini imputati di tentato omicidio e quello dei domiciliari per le donne. Visto che riteniamo questa applicazione differenziata della legge un vero e proprio abuso di potere, noi lo segnaliamo sperando che chi di dovere prenda provvedimenti.
Le nostre sorelline clonatrici stanno rosicando per il fatto che (finalmente diciamo noi) una donna è stata lasciata in carcere per i suoi crimini: si veda http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/02/15/misure-per-donne/. Il fatto in oggetto è quello di Fiorella Fior, la 57enne accusata di aver ammazzato il fidanzato Carlo Feltrin con una coltellata al cuore. Davanti al GIP la donna ha fatto scena muta, ma secondo la difesa la Fior sarebbe stata oggetto di ripetuti maltrattamenti da parte del Feltrin che l'avrebbe malmenata anche in quella occasione, da cui la richiesta di derubricazione del reato da omicidio volontario a eccesso di legittima difesa. Ipotesi rigettata dal giudice che evidentemente l'ha ritenuta insussistente, anche per via del fatto che la donna è stata ritrovata ubriaca dopo il delitto e che ha telefonato ad un amico dichiarando testualmente di aver «fatto un casino».
Il fatto che esistano giudici che non si lasciano abbindolare dalla storiella della povera donna abusata, storiella che compare immancabilmente tutte le volte che una femmina uccide un maschio, molto probabilmente dà molto fastidio alle nostre amiche, che già da tempo si fanno portatrici di una campagna finalizzata all'eliminazione delle carceri femminili. «Le donne non possono commettere reati di natura violenta, dunque le prigioni femminili non hanno senso di esistere» sostengono «quelle che si macchiano di reati di altra natura dovrebbero essere inserite in programmi rieducativi, non messe in carcere». Insomma, secondo loro il carcere sarebbe solo per gli uomini, in quanto solamente loro possono commettere reati di natura violenta; è chiaro allora che ogni volta che accadono episodi come questo, onde preservare il sacro principio della "donna angelo", bisogna assolutamente scaricare la colpa della violenza sul maschio più prossimo. Nel caso in esame, nel morto ammazzato (il vantaggio risiede nel fatto che lui ormai non si può difendere, per cui lo si può diffamare impunemente).
Secondo la difesa, la donna avrebbe colpito il convivente con la prima cosa che le è capitata a tiro: quella cosa che capita a tiro delle donne maltrattate stranamente è sempre un coltello. Sempre secondo la difesa, la Fior avrebbe voluto solo mettere fine alle violenze del compagno che la stava picchiando; colpendolo diretto al cuore con un coltello. A supporto di tale tesi, ematomi che la 57enne avrebbe riportato a seguito della collusione e che secondo le nostre sorelle non sono da imputare ad un disperato tentativo di difesa da parte del Feltrin, ma ai maltrattamenti che questi riservava alla sua metà. Naturalmente, come al solito, l'imperativo è far passare l'uomo per violento e la donna come vittima.
Analizziamo in dettaglio il pezzo in oggetto: si inizia con la solita mistificazione sulla recente sentenza della Cassazione facendo passare il messaggio che agli stupratori vengono concessi i domiciliari e alle donne assassine no. Ok. Al di là del fatto che nel caso di stupro come ben sappiamo ormai, sentenza della Cassazione o no, basta la denuncia di una donna per far scattare automaticamente il carcere per l'accusato anche se poi viene riconosciuto innocente alla fine (dunque figuriamoci per gli stupratori veri ai quali si contestano prove indiziarie più o meno solide), il motivo per cui in questo caso è stato disposto il carcere è che si tratta di un omicidio volontario, per il quale sussiste quasi automaticamente il rischio di reiterazione. Dunque c'è poco da fare le vittime, stiamo pur sempre parlando del reato più grave che si possa immaginare. Dopodiché si passa a dichiarare, a quanto ci pare di capire, che la disparità di trattamento tra uomini e donne per quanto concerne la carcerazione (se ne parla ad esempio qui) dovrebbe essere applicata come compensazione della violenza che le donne subiscono dagli uomini. Cioè secondo loro la Fior avrebbe dovuto essere liberata in quanto rappresentante di un sesso che "subisce" e che quindi non può essere trattato allo stesso modo dell'altro. Non siamo sicuri che l'interpretazione sia giusta (forse le nostre sorelline con molta poca originalità potrebbero spiegarsi un po' meglio sul forum o qui sotto), ma in caso lo fosse anticipiamo subito che noi personalmente non siamo d'accordo. Se si pretende la parità, la si deve pretendere in ogni ambito, nel bene e nel male, nei diritti ma anche nei doveri, nelle gratificazioni come nelle punizioni.
Philadelphia — Non voleva impelagarsi in costose battaglie giudiziarie per l'affidamento dei figli, così la 35enne Morgan Mengel ha deciso di assoldare l'amante per far fuori il consorte continua...
Alcuni commenti alla notizia (clicca per ingrandire)
Aveva cercato di costruire un castello di accuse contro l'ex-marito da cui si stava separando, additandolo come il responsabile di varie violenze a suo danno, ma non era riuscita nel suo intento, quello di vendicarsi e nel contempo acquisire i soldi e i beni del coniuge. Per questo una trentasettenne di Crema, collaboratrice domestica, decide di assoldare un killer per far fuori il 43enne libero professionista che aveva sposato. Non sapendo da dove iniziare, confida il segreto ad un'amica, che però a sua volta svela il piano all'ex. Quest'ultimo si precipita così al commissariato, dove gli propongono di inviare un finto killer, in realtà un suo amico, allo scopo di acquisire prove.
Il falso sicario si presenta alla donna la quale, convinta che quello fosse il killer reperito dall'amica, gli ordina
Lo voglio steso, lo voglio morto. Lo aggredisci per rubargli la 24 ore e gli dai un colpo in testa
l'omicidio viene pianificato nel corso di più incontri, in cui l'uomo registra tutto con una microcamera: il prezzo pattuito è di 5mila euro. I due si tengono in contatto per telefono. Quando la cremese decide che «entro venerdì si deve chiudere», il finto assassino le chiede un anticipo di 2mila euro programmando l'incontro davanti a un bar; ma all'atto della consegna si presentano gli investigatori che portano la donna in commissariato, ove confessa.
Nonostante fosse chiara la volontà omicidiaria, stando a quello che dice il Corriere della Sera, la lucida e spietata consorte non verrà perseguita per tentato omicidio, in quanto secondo la Procura il «vero killer non c'è e si configura quindi un reato impossibile». Nessuna conseguenza punitiva quindi, ma ciò non eviterà qualche strascico giudiziario: di fatto la donna è stata denunciata a piede libero anche se non sappiamo con quale imputazione. Dunque magari potrà riprovare ad assoldare un altro sicario, stavolta facendo tesoro dell'esperienza acquisita (tecnicamente questo si chiama pericolo di reiterazione del reato e prevede la custodia in carcere).
Vorremmo confrontare questo caso con un altro, fornitoci dal Corriere della Sera
Imprenditore ordina l'omicidio della moglie per incassare un'assicurazione da 2 miliardi, ma la polizia convince il killer a collaborare e sventa il piano. Avezzano (L'Aquila) — La moglie sarebbe morta per cause apparentemente naturali, lui avrebbe incassato i due miliardi dell'assicurazione sulla vita di cui era beneficiario e li avrebbe goduti insieme all'amante. [...] Per questo un imprenditore dell'Aquila aveva commissionato l'omicidio della consorte [...] Questo è quanto emerso dalle indagini della polizia di Avezzano che è riuscita a convincere il killer a collaborare, in tempo per impedire l'omicidio. Il progetto, studiato nei minimi particolari, è stato raccontato dal sicario, un cittadino straniero scelto da un intermediario amico dell'imprenditore. [...] In carcere, con l'accusa di tentato omicidio sono finiti sia l'imprenditore sia l'amico che aveva fatto da intermediario nella ricerca del sicario. I loro nomi saranno resi noti soltanto oggi, dopo che il magistrato avrà interrogato i due arrestati.
anche qui il killer era falso, ma il committente è stato arrestato e portato in carcere. Naturalmente questo è quanto avrebbe dovuto accadere anche alla donna, se non ci fosse stato di mezzo il ben noto vagina pass che le ha evitato, e le eviterà, qualsiasi punizione. È chiaro che quello del «reato impossibile» è il solito pretesto addotto dal procuratore per salvare dalla cella l'ennesima criminale, come del resto accade tutte le volte.
Resta ai domiciliari Suela Arifaj, la mandante dell'omicidio di Luigi Taurino: il Tribunale del Riesame ha infatti rigettato l'istanza di carcerazione avanzata dalla Procura. Alla base della decisione, il fatto che la donna ha due figli piccoli da accudire. Il complice materiale dell'omicidio, Marku Jetmir, rimane invece in carcere, in quanto il Riesame non ha notificato alcuna decisione in merito alla sua liberazione: l'istanza di scarcerazione per l'albanese era stata depositata dai legali dell'uomo dopo la decisione del GIP di lasciarlo dentro. Il principale omicida resta invece latitante, ma sono in corso le indagini finalizzate a catturarlo.
Ripe (Ancona), 29 ottobre 2011 — Aveva assoldato due sicari per far fuori il vicino che le aveva fatto delle avances, ma in carcere non ci ha mai messo piede: il giudice per le indagini preliminari Carlo Cimini le ha infatti concesso gli arresti domiciliari, la massima misura cautelare prevista dal vagina pass. Suela Arifaj, 23enne albanese, aveva fatto venire dall'Albania il fratello e un altro connazionale appositamente per uccidere Luigi Taurino, il dirimpettaio che secondo la ricostruzione degli inquirenti avrebbe offeso l'onore della donna presentandosi come suo spasimante. L'esecutore materiale dell'omicidio, Myrteza Arifaj, 34enne fratello della Suela, sarebbe tuttora latitante mentre il compare è stato arrestato per concorso in omicidio e si trova naturalmente in carcere visto che non è una donna. La dinamica dei fatti è apparsa subito chiara agli inquirenti: Taurino sarebbe stato aggredito dai due albanesi e finito con un fendente mortale alla gola da Myrteza.
La custodia in carcere, per legge, si applica in tre casi: pericolo di fuga, di reiterazione del reato o di inquinamento probatorio. Da quando in qua si irroga la custodia in carcere se il giudice, a sentimento, non ritiene "attendibile" la versione dell'indagato? Eppure questo è successo a Pietro Stefanoni, accusato di omicidio e omissione di soccorso. Lui ha dichiarato di aver investito l'americana Allison Owens a causa di un colpo di sonno, ma il GIP di Arezzo, vuoi per sentimento giustizialista vuoi per antipatia personale, non gli crede. E così l'uomo, che come vi avevamo accennato nel post precedente è stato arrestato ieri dopo essersi costituito, rimane in carcere. Ovviamente, mica è una donna.
I precedenti
Monica Iacoangeli: ha ammazzato una 14enne in un incidente stradale, è fuggita e ha nascosto l'auto nel garage del fidanzato, dove l'hanno trovata i Carabinieri. Lei, scarcerata dopo 3 giorni di detenzione. Perché lei si e Stefanoni no? Eppure lei non si è costituita.
Valentina Carrozzo: ha ucciso una 23enne bolognese, ubriaca al volante ed è fuggita senza poi costituirsi. Pena complessiva di 3 giorni agli arresti domiciliari. Perché a lei sono stati concessi e a Stefanoni no?
Vogliamo discutere due vicende riguardanti pirati della strada, un uomo e una donna. Entrambi hanno ucciso delle persone in incidenti stradali: Valentina Carrozzo, commessa 24enne di Lecce (alla quale è pure stata fatta un'intervista a pagamento, come si deve a tutte le vittime in stile Amanda Knox), e Pietro Stefanoni, imprenditore aretino di 55 anni.
Da quanto si apprende, la Carrozzo era ubriaca al volante, mentre per Stefanoni non è possibile affermare che lo fosse: lui ha dichiarato che ha avuto un colpo di sonno e questa fino a prova contraria è da considerarsi la verità. Inoltre, l'imprenditore si è costituito mentre la 24enne è stata trovata dalle forze dell'ordine. Tuttavia, lui è stato messo in carcere mentre lei agli arresti domiciliari (ed è stata liberata 3 giorni dopo).
Stefania Citterio, la donna che ha partecipato al pestaggio del tassista Luca Massari, in seguito deceduto per le ferite riportate, è già ai domiciliari in quanto madre di una bambina di un anno e mezzo. Il provvedimento preso dal GIP deriverebbe dalla legge 275 del cpp (comma IV) che vieta la custodia in carcere per le madri con figli al di sotto dei dieci anni nel caso non sussistano esigenze custodiali di particolare rilevanza. La Citterio soggiornava fino a stamani mattina presso l'Icam di Milano, luogo predestinato a tutte le mamme che sarebbero altrimenti costrette a rimanere in prigione (vuoi perché prive di domicilio, vuoi perché ritenute particolarmente pericolose) con i propri bambini: la legge italiana permette infatti alle donne con figli piccoli di decidere se tenerli con sé o meno, nel caso non sia possibile l'accesso a misure alternative al carcere. La giudice Stefania Donadeo ha invece disposto che il fratello Pietro, anche lui coinvolto nell'aggressione, rimanesse dentro, in quanto per lui sussisterebbero ancora gravi indizi di colpevolezza. Qualche giorno fa, il terzo componente della banda, Morris Ciavarella, è stato condannato a 16 anni di reclusione: anche lui è tuttora in carcere.
La legge Finocchiaro prevede che le madri con figli al di sotto dei dieci anni possano scontare i due terzi della pena agli arresti domiciliari. In pratica la Citterio, nell'ipotesi che anche lei venisse condannata a 16 anni e assumendo che non le vengano concessi ulteriori abbuoni, potrebbe espiare quasi 11 anni presso la propria abitazione: i rimanenti 5 sarebbero in parte già stati scontati in regime di custodia cautelare presso l'Icam (circa nove mesi), per cui ne rimarrebbero altri 4 che però rientrerebbero di diritto nel fine pena e che quindi darebbero di nuovo accesso ai domiciliari. Insomma, una sorta di paradosso Davigo al femminile.
28 giugno 2011, Torino — È stata rinviata a giudizio Claudia Pistone, la 38enne che la notte di capodanno uccise i genitori a Carmagnola, in provincia di Torino. I due sono morti a causa del veleno somministrato loro dalla figlia; l'assassina ha anche narcotizzato i coniugi e infierito sui corpi addormentati con un coltello da 27 cm e una mannaia (ritrovati sul luogo del delitto), probabilmente per simulare un omicidio compiuto da qualcun altro. Claudia Pistone aveva infatti cercato di depistare le indagini simulando l'intrusione in casa di qualcuno, ma gli investigatori hanno scoperto l'inganno tanto da indurla a confessare. «Li ho uccisi perché mi controllavano troppo ed ero stanca di questa vita» ha detto al giudice per le indagini preliminari che ha disposto per lei il ricovero in clinica psichiatrica, dove si trova da quando è stata arrestata il primo di gennaio. La Pistone era in cura da quando aveva narcotizzato il marito colpendolo poi alla testa. Le modalità con cui è avvenuto il delitto e il tentativo di depistaggio hanno tuttavia indotto i PM a ritenere che la donna fosse in grado di intendere e di volere al momento dell'assassinio. Si legga anche la storia di Julien Monnet, il francese che nel 2008 in un raptus sbatté la testa della figlia piccola sull'Altare della Patria a Roma: nonostante l'uomo fosse in cura psichiatrica come la Pistone, per lui è stata disposta la custodia in carcere a Regina Coeli, peraltro in regime di isolamento.
Questo è possibile solo per le donne. Avete mai sentito di un uomo colpevole di tentato omicidio messo agli arresti domiciliari? Noi no. La gravità del reato infatti implica necessariamente la custodia in carcere: ecco un esempio recente e un altro meno recente, entrambi riguardanti uomini accusati di tentato omicidio per i quali è appunto stata confermata la custodia in carcere.
Una cittadina rumena, residente a Palma di Montechiaro (Agrigento), ha pugnalato il suo convivente rischiando di ucciderlo. La 31enne deve rispondere di reati molto gravi, ma nonostante questo è stata posta al regime degli arresti domiciliari. A far scattare la violenza della donna, una lite aggravata dall'abuso di sostanze alcoliche: Ilfana Solescu, per cause ancora da chiarire, ha afferrato un grosso coltello da cucina e, con un preciso fendente, ha accoltellato il compagno alla gola. I carabinieri, allertati da un vicino che ha dichiarato di aver sentito delle urla da un'abitazione attigua, facendo irruzione nel domicilio della Solescu hanno ritrovato Petro Poenaro, 33 anni, riverso a terra: l'uomo è stato trasportato presso l'ospedale di San Giacomo d’Altopasso di Licata.
Pare comunque che la tendenza di non assegnare il carcere alle donne anche in presenza di condotte criminose molto gravi sia profondamente radicata nella magistratura: un esempio è quello di Federica Bellone, committente di un tentato omicidio alla quale, nonostante il tentativo non riuscito di scappare all'estero rendesse oggettivamente sussistente il pericolo di fuga e quindi obbligatoria la custodia in carcere, sono stati concessi gli arresti domiciliari. Stessa misura è stata presa per l'esecutrice materiale, anch'essa donna. A questo lassismo nei confronti degli esponenti del genere femminile fa da contraltare una spiccata cultura ipergiustizialista a danno degli uomini, che sempre più spesso vengono puniti con il carcere cautelare ogni qualvolta il magistrato femminista di turno ravvisi anche il minimo indizio di colpevolezza, o più semplicemente (in totale assenza di prove) "abbia voglia" di comminare simili misure restrittive. Per approfondimenti, rimandiamo all'ampia letteratura sui siti False accuse e Falsi abusi.
Alla fine la Shavenkova è stata imputata di omicidio, e la settimana scorsa è arrivata la sentenza, a due anni e mezzo di carcere. Ma il giudice ha deciso di sospenderle la detenzione, adducendo il pretesto della maternità: la donna avrebbe infatti un figlio e sarebbe incinta di un altro. Dunque non sconterà un giorno di galera. Comodo essere donne, anche in Russia.
L'arresto in carcere per ben tre giorni è «una ferita che si poteva evitare»: così ha detto il sindaco di Ardea a proposito della pirata che ha falciato la piccola Pasma (leggi l'articolo) prima di fuggire e nascondere l'auto nel garage del fidanzato. «Pasma, scusami, sono angosciata. Non volevo ucciderti» sono le parole dell'omicida che naturalmente è stata liberata dopo aver dimostrato al giudice la sua condizione di donna sofferente (trucco che funziona sempre). Non altrettanto bene è andata a Cristian Alessandrini che, ricordiamolo, al contrario della Iacoangeli, si è fermato a prestare soccorso: il gip Mirko Margiocco, confermando per lui il carcere, lo ha definito una «mina vagante per la sicurezza della collettività, incapace di arginare le proprie pulsioni e i propri vizi». Per lui il reato contestato è quello di omicidio volontario. Linea dura quindi per il maschio: la femmina invece è sempre un angelo vittima delle colpe altrui. Secondo i compaesani dell'assassina infatti, la causa dell'incidente sarebbe stata l'insufficiente illuminazione del tratto di strada in cui è avvenuto l'incidente, e se la ragazza è fuggita ovviamente è solo perché ha avuto paura.